Ritratto di Palma Bucarelli di Alberto Savinio De Chirico

Intimamente Palma: ritratto inedito della Bucarelli, una grande calabrese

nei palazzi delle Belle Arti

di Elisa Longo  | 9 Dicembre  2017

«Quello che non sarebbe riuscito a un uomo riuscì a Palmina, questa ragazza dal volto pallidissimo e dagli occhi verdi imperativi, difese il patrimonio che le era stato affidato con la tenacia di un mastino». Stando alle parole di Indro Montanelli la suggestione giusta -  capace di frapporsi tra un narratore e la storia -  la tenacia, l’eleganza di Palma Bucarelli, di origini calabresi, per 30 anni alla guida della Galleria d'are moderna di Roma, sarebbe forse una sinfonia di Tchaikovsky intervallata dall’irruenza soave del fumo, dal cromatismo pastoso, materico, di un crepuscolo romano.

 

Una femminista sulla scena dell'arte

Palma Bucarelli o “Palma a sangue freddo”, come veniva spesso chiamata tra i corridoi delle Gallerie romane, è stata il simbolo di un femminismo non politicante ma egualmente dinamico, per la sua  naturale propensione a differenziarsi e a farsi spazio in un ambiente culturale ancora profondamente maschilista, senza mai soffocare, però, ogni manifesto sintomo di femminilità, la sua vanità raffinata, così perfettamente riconoscibile tra le pieghe di una pettinatura alla Greta Garbo o sulle rifrangenze di elegantissimi abiti in satin.

Dal '42 al '75 direttrice alla Gnam

Nata a Roma nel 1910 da padre locrese e madre siciliana, allieva di Adolfo Venturi e compagna di studi di Carlo Giulio Argan, si mostrò sin dai suoi primi incarichi caparbia, ribelle e all’avanguardia: la sua carriera inizia ufficialmente nel 1939, quando tramite concorso entrò nell’amministrazione delle Belle Arti. Ma l’incarico decisivo arrivò nel 1942, chiamata a sostituire Roberto Papini nel ruolo direttivo  della Galleria Nazionale, ruolo ricoperto fino al 1975.  Prima donna a dirigere un’istituzione museale statale, sempre capace di schivare ogni accusa, ogni opposizione, ogni tentativo di boicottaggio, ogni pettegolezzo sulla sua presunta incapacità a relazionarsi col genere maschile, come fosse accessorio necessario a completare la leggenda di una studiosa, di una dirigente perspicace, di una donna dell’arte non politicizzata.

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La Palmina sotterranea

Si dice di lei che fosse bellissima e austera, col naso aquilino a caratterizzarle il volto di nobiltà estetica, gli occhi felini e ammalianti come arma di offesa, pungenti e impenetrabili.

Si dice di lei che amasse eccellere anche negli sport, che guidasse come un uomo le sue auto sportive, che frequentasse assiduamente le feste mondane, Capri e Cortina e che allo stesso modo, con la stessa impeccabile presenza, spezzava l’atmosfera nelle sale espositive dove i suoi collaboratori attendevano il suo arrivo, preceduto solo dal suono dei suoi passi.

Ma quello che non si dice e che potrebbe essere il dato conclusivo di uno sguardo retrospettivo verso una personalità così complessa e incisiva del panorama culturale nazionale e internazionale riguarda la “Palmina” più intima, “sotterranea”. Riguarda il suo rapporto con la famiglia e la sua terra d’origine, con tutto quanto non andava a specchiarsi nel clamore e nei bagliori della vita mondana capitolina.

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Il ricordo di  Roberto Bilotti

“Palma Bucarelli è stata una grande calabrese in prima linea sulla scena dell'arte internazionale. Di famiglia locrese, soggetto poliedrico, storica dell’arte, critica, museografa, esperta di pubblica amministrazione e istituzioni culturali, protagonista in società dei costumi della moda. Fu un punto di riferimento, dal dopoguerra agli anni ’70’, per lo studio delle correnti artistiche contemporanee di maggior rilievo fino alle espressioni considerate estreme e provocatorie, protagonista anche dell'eroico salvataggio delle collezioni della Gnam trasferite a Caprarola e a Castel Sant' Angelo per preservarle da bombardamenti e razzie dei tedeschi. Palma incarna il mito della rinascita culturale ed artistica del Paese, osannata dalla cultura dell'arte d'avanguardia con scelte innovative nel campo dell'astrazione. È stato esempio di massima abnegazione nei confronti del proprio lavoro interpretato con il rigore di una missione nei confronti delle collezioni implementando il settore didattico. Negli anni è rimasta una vera icona indiscussa di genialità, musa e regina della café-society italiana. Ha percorso il Novecento da protagonista,  affermandosi sulla scena internazionale come figura di donna nuova e all’avanguardia, testimone ed interprete di usi e costumi in continua evoluzione. La mostra alla Galleria Nazionale, appena conclusa, ha esposto 58 opere da lei donate al museo, nate dall'interazione con gli artisti con "due anime" una figurativa l'altra astratta, dalla figurazione italiana all'acceso dibattito sull'astratto-informale degli anni '40.”


Il legame con le origini e l'arte calabrese

E Roberto Bilotti racconta anche  di quanto sia stato forte il legame della Bucarelli con la sua terra d’origine. Tanto da garantirle la presenza tra i volti parlanti, tra le memorie e le testimonianze, che arricchiscono il Museo di Arte Contemporanea nel Castello di Rende,  con altri calabresi illustri come Anna Paparatti, nata a Reggio Calabria vissuta a Rosarno, che con il compagno Fabio Sargentini è stata la protagonista delle arti installative e performative degli anni '60 e '70, promotrice dell'Arte Povera e delle sue rivoluzionarie innovazioni, autrice delle prime performance in Europa. O ancora con Giuseppe Sprovieri di Montalto Uffugo, grande gallerista dei futuristi, tra i quali Boccioni e Balla, loro promotore con galleria a Roma, Napoli e Londra, e con Nicola Maria de Angelis originario di Terranova di Sibari, collezionista di opere di artisti all'avanguardia come Accardi, Turcato, Dorazio, diventati i pionieri dell'astrattismo con il Manifesto Forma 1 promosso da Palma Bucarelli. Aggiunge Bilotti, a tal proposito, che «Palma Bucarelli ha espresso nelle sue scelte anche la grande cultura futurista calabrese, insita nel suo dna, acquisendo per il museo opere di Antonio Marasco come Omaggio plastico a Boccioni del 1929 e la Scomposizione del 1914.  Soprattutto di Umberto Boccioni Cavallo+cavaliere+paesaggio, Stati d'animo e la scultura Antigrazioso del 1914.  Nel 1961 realizzò con Argan la grande mostra futurista a Strasburgo "L'Arte fino al 1918", valorizzando le espressioni artistiche della nostra regione». È facile ora immaginare le scelte di questa grande signora dell’Arte come cariche anche di nostalgia e di riscatto, di meridione e di altri sentieri, come in un’oscillazione perenne tra la terra d’origine e gli spazi del futuro.

Palma Bucarelli a sinistra con Mimmo Rotella e a destra con Sibilla Aleramo

Boccioni, Repaci, Costabile, la Calabria della Bucarelli

Dinamismo e viaggio, un binomio cosi compiutamente descrittivo del carattere e del temperamento di un popolo, sempre erroneamente identificato con un’idea statica di regionalismo e ristrettezza: quello che accade alla Calabria del secondo dopoguerra, quello che si manifesta in seno alla cultura artistica e letteraria, ma pure tra le braccia sporche della vita quotidiana, è invece un volo ipotetico verso gli spazi illimitati  della rinascita, a volte approdato e manifesto, altre stroncato sul nascere, nascosto dietro all’istantanea di un tentativo.  Né determinatezza né staticità. Le caratteristiche genetiche che vogliamo pensare abbiano disegnato la tenacia e la vocazione all’innovazione in Palma Bucarelli erano le medesime che solcavano le vene rigonfie della sua terra originaria. Erano le idee inafferrabili di Umberto Boccioni, di Antonio Marasco, erano il fremito degli alberi di Leonida Repaci, le stelle bizantine di Franco Costabile, le navi dei migranti, l’America e il sogno di un avvenire metropolitano, gli spostamenti verso Roma come Capitale di un’ambizione, l’abilità del destreggiarsi tra le macerie del passato. Come nell’immagine sbiadita di Palma seduta sul dorso di una Reggio Calabria distrutta dal terremoto del 1908, in cui la sua figuara di bambina era in fondo il simbolo e la promessa di ricostruzione, era già la ragazza che supera le origini contadine della sua famiglia ed entra di diritto nei palazzi delle Belle Arti, la donna che conosce le regole sociali sulle donne e le infrange, la studiosa che apre all’astrattismo in un periodo storico in cui il realismo - idealismo dell’arte aveva il compito arduo di raccontare e indirizzare, cogliendo ogni possibilità di internazionalizzazione, avvalorando l’idea che l’astrattismo e una buona logica museale avrebbero educato il grande pubblico alla riflessione, alla percezione, a una diversa forma d’empatia.

Pollock, Burri, Manzoni,  il nuovo corso della Gnam 

Così, nei difficili anni del dopoguerra Palma Bucarelli stravolse la Gnam, dotandola di servizi didattici, biblioteca, caffetteria, di spazi dedicati agli incontri con gli artisti. E si adoperò, tra le pressioni dei politici e gli sguardi non molto consenzienti degli addetti ai lavori, per un’apertura e uno svecchiamento, che portarono a inserire l’Italia nel circuito internazionale dell’arte: ospitò nel 1953, per la prima volta in Europa, una mostra  su Picasso; sostenne e portò alla Galleria Nazionale Mondrian e Pollock, espose il Grande sacco di Burri e si schierò a favore di  Piero Manzoni e acquistando la sua Merda d'Artista. Un azzardo così al limite dello scandalo da farle subire addirittura un processo.

Palma Bucarelli resta, ancora oggi, esempio pragmatico di manager - diremmo oggi  -  incorruttibile, libera come l’aria spumosa delle coste calabresi, donna come nelle migliori parole di Sibilla Aleramo, né soggiogata né mai ferma ad un solo destino né mai intimorita dai giganti. Un ritratto di donna non comune, sottesa tra il surrealismo dello sguardo sognante e la metafisica di arzigogoli che sono capelli e nuvole immobili di una dimensione sospesa. Così il suo volto restituito ai contemporanei è un profilo di gabbiano e una medusa marmorea, è l’omaggio sincero del più giovane dei De Chirico, Alberto Savinio.

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