Dal Mab al Musaba,

musei,  residenze e sperimentazioni,

viaggio negli avamposti dell'arte contemporanea

di Elisa Longo | 15 Gennaio 2019

“Gli artisti calabresi, che la terra madre ha allevato col “vital nutrimento” della sua forte bellezza, ed ha mandato per le vie del mondo, militi perseveranti dell’ ideale… salutano Reggio, risorta ancora una volta dalle rovine e, come già dopo altre sciagure, più ampia, documento vivo della tenacia della nostra stirpe, lottante sempre, annientata completamente mai, bensì rimasta con le superstiti energie avvinghiate all’ultimo asse del proprio lare sconvolto per farne saldo e inghirlandato architrave della casa risorta”. Così lo studioso e critico d’arte catanzarese Alfonso Frangipane inaugurava la Biennale di arte Calabrese a Reggio Calabria: era il 12 Settembre del 1920. 
Il riferimento è necessario per un viaggio nell’arte contemporanea in Calabria, tra protagonisti e presìdi, per individuarne e sottolinearne meglio gli aspetti e i momenti fondamentali, per comprendere pienamente gli impulsi di una regione simbolo stesso del Meridione, che, con attitudine da Fenice, rinasce ciclicamente con grande consapevolezza dei suoi pieni e dei suoi vuoti. È necessario partire dal commosso discorso di Frangipane per stabilire sin da subito che andare oltre il regionalismo è stato, soprattutto per la cultura artistica calabrese, un lavoro faticoso, che ha dovuto prima recuperare e metabolizzare certi caratteri della genetica territoriale per poi pacificarli con la propria naturale propensione alla contaminazione, allo sconfinamento, alla “variatio”. 
Ciò che sorprende è che, andando al cuore delle sue meravigliose contraddizioni, la Calabria, negli ultimi anni della sua storia artistico-culturale, si è esposta a una vivacità che ha lasciato segni evidenti ma poco esplorati. 
Eccoci allora tra accademie, musei, residenze, progetti e sperimentazioni che hanno definito nuove traiettorie. Dai Bocs Art di Cosenza alle belle arti di Reggio Calabria e Catanzaro, dal Maon al Marca, dal Crac all’esperienza di Alt!Rove fino al Musaba. 

Cosenza, Mab

Mecenatismo e residenze artistiche nell'Atene della Calabria

Nella città di Cosenza, definita a buon diritto l’Atene della Calabria, il ricco fermento culturale e artistico si mescola alla vita urbana e diventa usuale addentrarsi, nel cuore delle sue vie commerciali, lungo Corso Mazzini e le sue ramificazioni, in un vero e proprio museo all’aperto. Così le statue del Mab (Museo all’aperto Bilotti) si mescolano ai passi frenetici della gente, emergendo dalla folla con la maestosità della testa di Cariatide di Amedeo Modigliani, unico bronzo monumentale dell’artista in Italia, o con l’energia selvaggia e ancestrale del Lupo della Sila di Mimmo Rotella, realizzata con lamine di granito verde dagli scalpellini di Carrara, metafora di emancipazione e riscatto calabrese.  O, ancora, evapora in una fissità metafisica attraverso i contributi di Giorgio De Chirico, autorizzati dalla Fondazione Giorgio e Isa De Chirico e realizzati dalla Fonderia Bonvicini di Sommacampana.  Questi i nomi, tanto risonanti, degli artisti che, insieme a Salvador Dalì, Emilio Greco, Pietro Consagra, Giacomo Manzù, Sasha Sonso hanno contribuito alla formazione di un corpus di sedici opere donate dal magnate Carlo Bilotti al comune di Cosenza.

«La mia famiglia ed io abbiamo da sempre condiviso le attività culturali con la nostra Terra d'origine – racconta Roberto Bilotti, nipote di Carlo, promotore e prosecutore degli interessi culturali della sua famiglia -  Ne è un esempio, nel 2005, nell'ex  Convento di S. Agostino, la mostra Da Picasso a Warhol dalla collezione Bilotti, quaranta opere delle grandi avanguardie, dal Cubismo e Futurismo all’Astrattismo fino alla Pop Art. Nello stesso anno abbiamo istituto il Mab, museo di sculture all'aperto inaugurato dal Presidente Unesco-Italia Prof. Gianni Puglisi che lo definì patrimonio culturale d'interesse pubblico avente valore di civiltà. Già dagli anni '60 i miei nonni avevano dotato la ricostruita chiesa di San Nicola di 6 grandi pale d'altare di artisti contemporanei dopo aver contribuito alla ricostruzione post bellica dell'edificio. Ma la nostra storia artistico-culturale è ricca di nomi, di cui conservo memorie e testimonianze – continua Bilotti -   Palma Bucarelli (Locri) critica e storica d'arte, museologa straordinaria, direttrice e sovrintendente dal 1942 al '75 della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, promotrice dell'astrattismo e dell'informale;  Giuseppe Sprovieri (Montalto Uffugo) pubblicista, critico d'arte e dal 1913 gallerista e riferimento dei grandi futuristi; Anna Paparatti (Rosarno)  artista, scrittrice, grafica, tra le prime performer d'Europa negli anni ’60 e ’70, con Fabio Sargentini promotrice delle neoavanguardie. Fino alla figura chiave di mio zio Carlo Bilotti (Cosenza), mecenate innovatore, capace di coniugare arte e imprenditoria, promotore di un nuovo linguaggio creativo per comunicare i prodotti commerciali della cosmesi. Dal rapporto diretto con gli artisti sono nate diverse celebri serie, tra le quali i fiori "Mimosa e ylang ylang" di Warhol, dalle cui essenze si ricavano i profumi Pierre Cardin».

Le donazioni dei Bilotti

A smentire ogni tipo di stereotipo sulla Calabria ha contribuito, dunque, anche la presenza di calabresi diventati il simbolo dell’emancipazione e dell’apertura internazionale delle nostre risorse culturali, intellettuali e materiali, come ci racconta Roberto Bilotti. La sua famiglia scrive nel libro della storia calabrese un capitolo singolare, fatto di un’intensa e nobile attività mecenatesca. Carlo Bilotti, grande collezionista d’arte, fu amico di Giorgio de Chirico, Andy Wharol, Roy Lichtenstein, Salvador Dalì, Mimmo Rotella.

Carlo Bilotti

Con le sue donazioni è nato a Roma il Museo Carlo Bilotti, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, in cui si conservano le opere simbolo della sua attività mecenatesca. Come testimonia il Carlo davanti a Dubuffet di Larry Rivers, in cui, nella semplicità della posa e nella schiettezza del vestiario, emerge, oltre alla bontà dell’uomo, il ritratto di una committenza nuova, poco altezzosa e autoreferenziale. O gli Archeologi di de Chirico, una porzione di spazio in una sala a lui dedicata, testimonianza del legame intenso tra l’artista metafisico e il mecenate cosentino.

Bocs Art, Cosenza

Bocs Art, il villaggio dell'arte più grande d'Europa

Quando, arrivando da Corso Mazzini a Piazza dei Bruzi, ci si sposta verso le spalle della città nuova, s’incastra come una cartolina d’epoca uno scorcio della città vecchia e succede come una specie di miraggio. È qui che, in una manciata di passi, si apre la porta della macchina del tempo e ci si immerge, con grande stupore, all’interno di una realtà spaziotemporale sospesa. Qui, dove anche l’aria si fa antica, passeggiando lungo le sponde del Crati, non si può restare indifferenti al micropaesaggio architettonico regalato dai Bocs Art. Si tratta del primo grande progetto di Residenza Artistica in Calabria, promosso nel 2015 dall’associazione culturale I Martedi Critici, in collaborazione con la Provincia e il Comune di Cosenza e con la curatela di Alberto Dambruoso. Giacinto di Pietrantonio, nuovo direttore dall’Aprile 2018, Docente di Storia dell’arte, Sistemi editoriali per l’arte, Teoria e Storia dei metodi di Rappresentazione presso l’Accademia di belle arti di Brera, a Milano, ha diretto gallerie, rassegne visive e fondazioni d’arte, con uno sguardo sempre attento alla valorizzazione dei giovani emergenti. Ci racconta in che modo l’esperienza Bocs Art collochi oggi la Calabria all’interno del panorama artistico-culturale nazionale e internazionale.

Giacinto di Pietrantonio, direttore Bocs Art

Artisti e territorio, esperienze  sul lungofiume

«Posso dire con certezza che i Bocs Art siano oggi un unicum. La residenza artistica non è certo invenzione della città di Cosenza. Ma non esiste in nessun altro paese al mondo un villaggio di 27 architetture costruite appositamente per ospitare delle residenze artistiche. Dunque, già a partire dalla dimensione progettuale, dal contenitore, è una novità di tutto rilievo. Ma questa dei Bocs Art è un’esperienza ricchissima di lungimiranza e innovazione anche sotto il profilo dei contenuti. Tendenzialmente le residenze sono monotematiche. Noi offriamo invece una varietà di temi e di linguaggi, un’abbondanza di esperienze artistiche che hanno come denominatore comune una certa prossimità con l’arte figurativa. Abbiamo lavorato per coltivare importanti partnership con paesi esteri, dal Congo alla Georgia, allargando i confini e le vedute. E proprio gli artisti stranieri hanno confermato la peculiarità delle nostre residenze, rimanendo soddisfatti e sorpresi».
Di Pietrantonio non dimentica di sottolineare come il progetto delle residenze riesca a dialogare col territorio, nel segno dell’originalità e della sua valorizzazione: «Guardare al territorio calabrese, o alla città di Cosenza nello specifico, non significa solo lasciare che gli artisti si facciano ispirare dall’ambiente in cui si trovano a pensare e produrre la propria opera. L’esperienza dei Bocs Art mira a valorizzare il territorio intrecciando la propria storia e la propria attività con le potenzialità locali, dalle piccole attività artigianali agli enti, dalla competenza di professionisti del settore culturale agli artisti locali. Per il 2019, ad esempio, abbiamo in cantiere una collaborazione tra designer, che verranno in residenza, e artigiani locali, in modo da far dialogare la tradizione artigianale calabrese e le nuove traiettorie del Design internazionale». E  lancia un appello, che chiama in causa tutti gli artisti locali. Una nuova chiamata alle arti, che vorrebbe poter presentare al nuovo responsabile delle residenze artistiche, quante più risorse locali possibili. Chiunque abbia voglia di presentarsi può contattare direttamente il prof: giacinto.dipietrantonio@gmail.com.

Il progetto ha sin dagli esordi dimostrato l’intraprendente volontà di collocare la città di Cosenza tra le mete più ambite dagli artisti. I Bocs permettono agli artisti, sin dalle primissime fasi della progettazione e della realizzazione dell’opera, di relazionarsi con un pubblico molto variegato e, viceversa, consente ad ogni tipo di fruitore di vivere l’opera in tutte le sue fasi più dinamiche, così mutando l’immagine statica dell’opera d’arte come oggetto ultimo della creazione. Il tutto collocato in un contesto, quello della città vecchia, che rende questa esperienza ancora più vicina e tangibile, ancora più immersa nella storia del luogo, nei gesti e nelle consuetudini del suo quotidiano.

Ma rapporto col territorio significa anche, per la gestione del progetto Bocs Art, pensare e arrivare a un modello di museo diffuso, coinvolgendo enti pubblici o privati e persone fisiche, pensando a un comodato d’uso in grado di lasciare esposte, e non nei depositi, le opere uscite dalle residenze.

«Il Bocs Art Museum, che ha sede nell’antico complesso di San Domenico, non può esporre la totalità delle opere che escono dalle residenze. Per non relegarle nei depositi, abbiamo deciso di darle in comodato d’uso a privati o enti pubblici. Così il legame col territorio si fa concreto e duraturo, guardando al presente ma soprattutto al futuro, non limitandosi ai soli tempi delle residenze ma restando negli anni, come testimonianze inequivocabili».

«Quella dei Bocs art è un’iniziativa molto sperimentale – spiega Giampaolo Calabrese, dirigente del settore Cultura del Comune -  ne abbiamo fatto un avamposto dell’arte contemporanea che connette Cosenza con altre realtà nazionali ed europee. Siamo un villaggio,  la residenza più grande d’Europa, in cui dibattiamo sempre e comunque sul tema della città».

Parco internazionale della Scultura (Cz), Mimmo Paladino

Catanzaro, guerriglie d'arte e d'esistenza

Anche Catanzaro ospita, tra la periferia ed il centro urbano, espressioni diverse ma tutte rilevanti dell'arte contemporanea, che propongono per loro natura e come denominatore comune la facoltà e la volontà di portare l'arte tra le persone, nel bel mezzo delle guerriglie dell'esistenza. Così la mappa si infittisce di pedine colorate, anche solo misurando le due realtà periferiche del Parco Internazionale della sculture e del progetto di riqualificazione urbana Alt!Rove.

Ambedue le realtà misurano la loro forza espressiva nel continuo confronto col contesto circostante: le sculture del Parco colloquiano perfettamente all'interno di una struttura polifunzionale, che ospita nel medesimo spazio il Parco delle Biodiversità Mediterranee, il Museo storico militare ed un Ospedale veterinario, avendo dunque una peculiarità che ne sottolinea la diversità rispetto ad altri parchi d’arte in Italia. Anche qui sono conservate molte testimonianze di alcuni tra i più illustri artisti della scena contemporanea internazionale: presenti Stephan Balkenhol, Tony Cragg, Wim Delvoye, Jan Fabre, Antony Gormley, Mimmo Paladino, Marc Quinn, Dennis Oppenheim e Michelangelo Pistoletto. L’idea è chiaramente quella di non isolare le opere in un’oasi di pace, come funzionali ad esperienze sensoriali alternative. Ma, andando allo stimolo più concreto della loro presenza, quelle di Catanzaro sono essenzialmente opere militanti, che si insinuano nello spazio con la capacità di modificarlo, di rendere la loro esperienza estetica un’esperienza collettiva, un’esperienza di arte partecipata, che non guarda con altezzosità alle variabili situazioni di vita quotidiana che le si propongono attorno. Dalla scultura abitabile di Dennis Oppheneim (2009) allo spazio plastico in continua espansione e disgregazione di Daniel Buren (2012-2014), fino alla misurazione dell’infinito dell’antieroe in bronzo dorato di Jan Fabre (1998), ogni opera del parco ne riassume con decisione l’anima e la funzione, diventando simbolo identitario di una politica di cambiamento e di espansione verso orizzonti d’avanguardia, che deve emergere con forza nella realtà contemporanea calabrese, anche e soprattutto negli angoli anneriti di smog e di abbandono, come fanno le poesie urbane del progetto Alt!Rove, ipertesti efficaci di un messaggio globale ed innovativo di bellezza.  Il muralismo d’avanguardia di Alt!Rove propone la messa in evidenza dell’affascinante contrasto tra l’estetico e l’antiestetico che, senza troppa fatica, diventa l’immagine più efficace del contesto urbano calabrese, la traduzione, in versi poetici carichi di metafore contemporanee e giochi estetici, delle frequenze altalenanti della città e delle sue periferie.  Dal 2014 il Festival dedicato alla Street Art, ha attratto nel capoluogo calabrese numerosi artisti che lavorano sul confronto tra arte e architettura in relazione allo spazio urbano: 108, Alberonero, Giorgio Bartocci, Clemens Behr, Ciredz, Erosie,Graphic Surgery, Sbagliato, Sten&Lex e Tellas, tra gli altri.

Street Art, Catanzaro

Alt!Rove, un viaggio al contrario

Alt!Rove è il risultato di una nuova dimensione dello spostamento, un controesodo giovane e motivato. È il viaggio al contrario di Edoardo Suraci e Vincenzo Costantino, che riscendono l’Italia per inalberare il grigio cupo dei quartieri catanzaresi fino al cuore del centro storico, tra la strada e lo storico Complesso del San Giovanni. Non molto distante, nel 2008 il Museo delle arti di Catanzaro (MARCA), sotto la guida dell’allora direttore artistico Alberto Fiz, inizia una florida attività, portata avanti dalla nuova direzione, che gli consente di inserirsi a pieno titolo nei circuiti internazionali: il Museo si propone oggi come altro centro nevralgico, imprescindibile per una ricostruzione all’insegna dell’apertura e, insieme, della valorizzazione del contesto locale. Ancora una volta l’integrazione al territorio si esplica attraverso la professionalità di esperti locali e la capacità di coinvolgere una porzione ben variegata di fruitori. Il Marca propone un interessante racconto storico, capace di far convivere le molteplici sue istanze, spaziando dall’arte antica alla contemporanea, con una collezione permanente ricchissima (Antonello da Saliba, Battistello Caracciolo, Mattia Preti, Andrea Cefaly e Francesco Jerace). Ma l’attenzione all’arte contemporanea è evidente nelle politiche culturali del Museo e della Provincia di Catanzaro, nell’interesse a costruire una collezione permanente, nella gestione stessa dello spazio museale. In occasione dell’inaugurazione, Flavio Favelli realizza una sala bar d’autore all’interno della struttura, mentre è opera di Alessandro Mendini il bookshop. Numerose anche le personali dedicate a grandi nomi della scena contemporanea come Alex Katz, Antoni Tàpies, Alessandro Mendini, Enzo Cucchi o la grande mostra sulla Berlino degli anni Ottanta.

Importanti le partnership con la Fondazione Rocco Guglielmo (costituitasi nel 2010, si propone di promuovere l’arte contemporanea senza alcuno scopo mercantile, solo con l’auspicio di favorire la rinascita dell’interesse collettivo con effetto prolungato) e con il Progetto Intersezioni. Il progetto, partito nel 2005 sotto l’egida di Alberto Fiz , ha portato grandi nomi del panorama internazionale attuale a dialogare col passato all’interno del Parco Archeologico di Scolacium, che non ha funzionato da ghiotta cornice antica ma ha invece testimoniato come l’archeologia possa interagire, trovare giovamento e giovare all’espressione contemporanea, specialmente nel linguaggio plastico, per quella diretta e preponderante esperienza dello spazio che ha da sempre la scultura. Intersezioni ha lasciato in eredità al Parco internazionale della scultura le migliori espressioni di tutti i suoi protagonisti, acquisendo circa 23 opere.

Alt!Rove Festival 2018

Crac, contemporneo ritorno alle origini

Ciò che accade oggi è che la Calabria del nuovo millennio, corredata di ogni suo morbo, compresa l’inadeguatezza di certi angoli viziosi di burocrazia e politiche opache, di contesti culturali impoveriti di ideali e contenuti, riesce ancora timidamente a rispondere alle esigenze del tempo corrente con una moltitudine di linguaggi e di aspetti, che ben coincidono con l’attuale evoluzione dei fenomeni artistici, con la nuova frontiera dell’ibridazione dei generi. Per questo nel 2015 nasce Crac (centro di ricerca per le arti contemporanee), progetto di Nicoletta Grasso. «Il mio voler ritornare in terra d’origine è coincisa con l’organizzazione del Frac Festival, una rassegna lunga 3 giorni dedicata interamente alla ricerca per le arti contemporanee nella loro forma più attuale, spaziando dalla visual art, alla performing art, live audio video e live show di musica elettronica con esponenti di fama nazionale ed internazionale»,  racconta Nicoletta.

Nicoletta Grasso

Lamezia, la start up di Nicoletta Grasso

Il progetto parte grazie a un finanziamento per Start Up, che ha garantito anche la realizzazione, parallelamente, del Centro di Ricerca per le Arti Contemporanee a Lamezia Terme, attraverso un’operazione di recupero e riutilizzo di una vecchia scuola di informatica ormai in stato d’abbandono. «Volevo aprire una sorta di varco spaziotemporale all’interno della città, ma non dove la vita mondana si fa ancora più bella tra le luci e le attività del centro ormai rinato, anche culturalmente. Volevo farlo in un punto della città lontano da tutto, per sottolineare ancora di più il contrasto tra la bellezza dei contenuti artistici e il degrado, se così vogliamo dire, di certe realtà urbane. Un effetto straniante, che serve al fruitore ma di cui anche l’artista si serve, nell’indagine del reale. La cosa bella è che dal 2015 al Crac si fanno tante residenze. E ogni artista Artisti interagisce e si interfaccia con la gente del posto. Ed è parte del nostro interesse anche comprendere come la nostra realtà venga metabolizzata. Si lavora da ottobre ad aprile per il festival, che generalmente occupa 3 giornate del mese di agosto», spiega Nicoletta che oggi  è tra i protagonisti che scelgono di sperimentare il  ritorno, diventando promotori di una rinascita.

Nik Spatari nel video di Nicola Barbuto

Nik Spatari, E in tempi ancora non sospetti, già dal lontano 1969, un outsider illuminato, un viandante figlio del mondo ma con un’identità ben precisa, “un uomo del Mediterraneo”, ha lavorato e lavora ancora per restituire alla natura e alle rovine storiche, attraverso interventi armoniosi di forme e colori, un sogno estetico.  Insieme alla compagna, l’artista olandese Hiske Maas, con cui condivide la vita e l’attività artistica da ormai cinquant’anni, fonda il Musaba. La nascita di un laboratorio a cielo aperto (oltre sette ettari di terreno), che facilitasse il dialogo tra l’espressione artistica, l’architettura e la geografia dei luoghi, venne intuita parallelamente al desiderio della coppia di risiedere in Calabria, in un luogo dalla natura selvaggia, tanto affascinante e poetica tanto violenta ed ostile, situato nella Vallata del Torbido a sud est del centro abitato di Mammola. Una doppia sfida, probabilmente: da un lato, riapprodare alla terra natìa col cuore da viaggiatore estremo e tornare a fermare il corpo e la mente nel cuore del proprio Mediterraneo; dall’altro materializzare un’idea di bellezza perfettamente integrata nel contesto naturale, non come creatura immobile, ma come organismo vivente, che articola nel tempo e nello spazio la propria crescita e il proprio sogno del futuro. In circa cinquant’anni il Musaba ha svolto attività di risanamento e restauro dell’antico complesso di Santa Barbara, ha riabitato i luoghi abbandonati con sculture monumentali, creato uno spazio espositivo e foresterie per artisti, ha aperto il suo progetto a giovani con la passione per l’arte, l’architettura e l’ambiente, si è aperto dunque a laboratori di architettura pratica e di restauro, di mosaico per artisti e scuole, di pittura per bambini da i 2 ai 6 anni, stage e tirocini.

“Ho viaggiato attraverso i continenti. Ma ho un solo legame profondo: quello con il Mediterraneo. Appartengo al Mediterraneo fortemente. Il Mediterraneo, re delle forme e della luce. E nel Mediterraneo, la Calabria, luce decisiva e paesaggio imperativo”, dichiara l'artista che al tempo del primitivismo e delle utopie architettoriche frequenta a Parigi lo studio di Le Corbusier. E Sartre, Picasso, Max Ernest, Jean Cocteau.

Al Maon di Rende

Rende e la Questione meridionale dell'arte

Ma per spiegare le origini di quanto ci è apparso fino ad ora tanto inatteso e positivo è necessario un retrofront e fermarsi a Rende, dove dal 1997 si concretizzano le memorie della ricostruzione post-meridionale. Grazie all’attivismo del sindaco Sandro Principe si avvia un ininterrotto scambio di energie e competenze tra intellettuali, docenti universitari, curatori e artisti.

La storia artistica calabrese, sebbene registri nell’esodo di molti artisti locali arretratezze e ostacoli, mancanza di dialogo e di attenzione da parte delle istituzioni politiche, ha cambiato fisionomia negli ultimi vent’anni del ‘900, lasciando aperto uno spiraglio di possibilità, per il quale si è potuto operare, con grande sinergia, alla costruzione dell’identità contemporanea, in una terra fino ad allora sottomessa al destino della Questione meridionale. È a partire da questi presupposti che, con l’istituzione dell’Accademia di Belle Arti a Reggio Calabria nel 1967 e di quella di Catanzaro nel 1973 si forma una nuova generazione di artisti calabresi.

È il tempo dei “post-meridionali” che scelgono il Mezzogiorno per la nascita di un nuovo programma artistico-culturale, anche al di fuori dei contesti accademici. La nascita dell’università della Calabria a Cosenza serra il dibattito culturale. Si sviluppano collettivi di artisti e di intellettuali, dallo Studio Garage (1983-84) di Catanzaro, per volontà di Luigi Magli, Franco Correggia e Vincenzo Trapasso, ai Magazzini Voltaire di Lamezia Terme (1986). Le principali esposizioni testimoniano vitalità e apertura, come la mostra “I post-meridionali”, curata da Tonino Sicoli nel 1984 a Roma, presso il Centro Di Sarro, incoraggiata da due esponenti illustri della critica contemporanea, Filiberto Menna ed Enrico Crispolti, che vide tra i protagonisti Francesco Correggia, Francomà, Francesco Lupinacci, Luigi Magli, Mario Parentela, Vincenzo Trapasso.

Negli anni ’80 si muovono dunque, da e per la regione, artisti non più calabresi ma nati in Calabria e con un’identità internazionale. Come spiega Tonino Sicoli, uno dei più attivi protagonisti della rivoluzione post-meridionale «la partecipazione di artisti calabresi alle vicende dell’arte contemporanea ha emancipato un’idea di calabresità retrò e ha favorito un nomadismo intellettuale portatore di un’identità trans-geografica e linguistica rivolta ai nuovi territori della ricerca e del sapere, agli scenari di un’era globalizzata con i suoi limiti ma anche con i suoi aspetti d’integrazione e i suoi apporti sul piano del confronto fra modelli diversi. Non più, quindi, una Calabria emarginata dalle vicende artistiche e dalla storia diffusa ma una parte del tutto. Tra gli anni novanta il 2000 c’è stata una fioritura di musei e di eventi, che l’hanno inserita nei circuiti Nazionali accreditati».   Infatti, è proprio nel 1997 che nasce il Centro per l’Arte e la cultura Achille Capizzano, (la cui titolazione all’ artista rendese non è certo casuale: Capizzano fu uno dei protagonisti calabresi del primo novecento italiano, collaboratore dell’architetto Luigi Moretti e autore di buona parte dei mosaici del Foro italico a Roma, a testimonianza del carattere ben poco regionalistico della storia personale e della formazione artistica dei nostri artisti) attualmente ospitato a Palazzo Vitari. Diverse le iniziative promosse dal Centro, la cui attività coincide con l’impegno di Tonino Sicoli, affiancato negli anni dall’alta competenza di Maurizio Calvesi, Enrico Crispolti, Achille Bonito Oliva, Bruno Corà, per citarne solo alcuni.

1983, Tonino Sicoli e Filiberto Menna

Il Museo d’Arte dell’Otto e del Novecento (Maon), che è il regno di Sicoli,  nasce a Rende nel 2004 sotto gli impulsi positivi del centro di ricerca Achille Capizzano e si propone di dar lustro al meglio offerto dalla produzione regionale tra i due secoli, contribuendo significativamente all’arricchimento del panorama storico-artistico nazionale e internazionale: Umberto Boccioni, su cui poco si deve aggiungere, colonna ben nota del Futurismo italiano; Domenico Colao, cresciuto artisticamente tra le direttive di Fattori e gli eccessi di Montmartre e presente a Milano nella monumentale mostra del Novecento Italiano nel 1926; Maria Grandinetti Mancuso, donna e artista della metafisica, presente anche nella rivista Valori Plastici del 1918; Antonio Marasco, esponente dell’Aeropittura, ancora prima amico di Marinetti e esploratore delle avanguardie russe; fino a guardare, passando attraverso la figura chiave di Mimmo Rotella e dal suo Nouveau Realism, alle espressioni del nuovo millennio. «Documentare un’area, cogliendo anche il cosiddetto genius loci, non ha voluto dire fare dell’antropologia culturale bensì prendere in considerazione i collegamenti con il clima generale, con le tendenze in atto, con le linee della ricerca e i riferimenti storico-linguistici di più ampia portata. La collezione del Maon raccoglie opere di molti artisti protagonisti e comprimari della storia dell’arte del Novecento, grazie anche alla donazione e al comodato d’uso da parte di artisti, collezionisti e fondazioni», continua Tonino Sicoli. A testimonianza dell’ancora vivissima attività extraregionale del Maon si è da poco conlcusa a Milano, presso la Fondazione Stelline, un’interessante mostra sulle espressioni territoriali curata da Bruno Corà e Tonino Sicoli, dal titolo “Contributi al Novecento. Da Boccioni a Rotella ai contemporanei. La collezione del Maon”.

Pietro Ruffo, Carro Armato, Museo Roberto Bilotti

300 opere per il museo Bilotti di Rende

L’apertura all’arte contemporanea viene vissuta con interesse, da questi anni in poi , anche dalle istituzioni pubbliche, benché diversi sono stati negli anni anche gli scontri con i protagonisti, per la difficoltà di coniugare gli interessi delle politiche territoriali con l’indipendenza e la complessità delle urgenze culturali e artistiche. Arrivano anche le prime opere urbane di committenza pubblica: L’Elmo arcaico di Mimmo Paladino a Cosenza, il Costruttivo 99 di Nicola Carrino a Vibo Valentia, il Volo di Icaro di Mimmo Rotella per l’Aeroporto Internazionale di Lamezia Terme, il monumento a Nicolas Green di Bruce Hasson nel Palazzo del consiglio Regionale di Reggio Calabria, le fontane di Ugo La Pietra, Alessandro Mendini, Cloti Ricciardi, Paolo Canevari e Nicola Carrino a Lamezia Terme, l’installazione Inondazioni di Fiorenzo Zaffina alla Casa delle Culture di Cosenza ed Eclisse, del medesimo artista, a Catanzaro.

Sempre a Rende Roberto Bilotti decide, nel 2011, di cedere la sua collezione al Comune:«Le 300 pere donate sono la testimonianza viva dei rapporti della famiglia Bilotti con artisti di varia provenienza geografica, ma raccontano allo stesso tempo anche una buona porzione storia territoriale. Il nuovo museo rientra nella strategia culturale di rilancio del Centro Storico di Rende, pensato come parte di un disegno di aggregazione: un “Borgo dei Musei” capace di attrarre turisti favorendo le condizioni di una crescita economica.

Roberto Bilotti

Un sistema integrato di valorizzazione e promozione per creare una “Cittadella d’arte”.  Una realtà, anche relazionale, che metta in collegamento le diverse risorse culturali locali: palazzi storici, chiese, piazze e scorci panoramici, oltre l’energia creativa generata dalla peculiarità dei singoli musei. Un itinerario ricco e diversificato cronologicamente: il Museo Civico a Palazzo Zagarese con i maestri del Seicento da Preti a Cozza, da Pascaletti a Santanna, il Maon, Museo d’Arte dell’Otto e Novecento, nel palazzo Vitari, con particolare attenzione ai movimenti scaturiti dal territorio» spiega Roberto Bilotti.

Il Museo Bilotti resta però ancora un’operazione tutta da completare. Una grande Wunderkammer del collezionista ceduta all’amministrazione comunale, per la quale sarebbe auspicabile, per ragionare sulle possibilità ancora poco azzardate, la gestione più consapevole dello spazio espositivo, la messa in sicurezza delle opere, oltre che una politica di promozione della struttura che attualmente risulta quasi inesistente, probabilmente consapevoli dei moltissimi spigoli da smussare. Siamo dunque ancora una Calabria estremamente prolifica ma che convive da sempre con la sua natura duale, riservandoci angoli di meraviglia e momenti di disattenzione. In ogni modo, però, siamo ancora quanto di più lontano si vociferi nei corridoi banalizzanti dei luoghi comuni.

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