Veduta di Petilia Policastro  (archiviostoricocrotone.it)

Petilia Policastro, "calvari", infiorate e  sacre spine tra grotte carisiche, tracce bizantine e

opere incompiute

di Bendetta Persico | 9 Marzo  2018

Filottete era un valoroso arciere dello schieramento greco e custode delle armi di Eracle, figura centrale nella risoluzione della mitica guerra di Troia narrata da Omero nell’Iliade. All’eroe del ciclo troiano è intitolata la piazza principale di una cittadina dell’Alto Marchesato calabrese, Petilia Policastro, di cui, la leggenda narra, Filottete fu il fondatore. Petilia Policastro, figlia del solitario e valoroso arciere ne ha ereditato la natura temeraria. Ha lasciato un segno la ribellione degli abitanti  cui furono sottratte le terre - quando Petilia era un feudo - e per questo ridussero in macerie l’antico castello nel 1496. Lo spirito libero delle donne che nei primi del Novecento, stufe della corruzione della classe politica, diedero alle fiamme il comune. Oggi molto è rimasto del suo carattere, come raccontano le tradizioni tramandate e  le nuove visioni di artisti contemporanei.

 

La storia tormentata di Policastru

Petilia Policastro è un vivido tappeto di fiori minuziosamente “steso” dal giovane comitato per la festa di San Francesco di Paola e il rumore dei tradizionali strumenti in legno per la processione della ‘Nnaca, il venerdì Santo.  Le origini bizantine, gli scontri con i Normanni, la discendenza di grandi famiglie gentilizie modellano la tormentata storia di Pulicàstru, dove si parla con le “e” aperte. E dove il giorno di San Giuseppe i nobili offrivano un piatto di ceci ai poveri. Oggi conta circa 10mila abitanti. E dal 2013 la governa il sindaco Amedeo Nicolazzi.

A piedi scalzi verso il convento della Santa Spina con il gruppo Natess

Era la notte dell’8 Marzo 1832,   quando, all'1.15,   i cittadini si svegliarono per le scosse di un violento sisma. A distanza di pochi giorni, superato il trauma, i policastresi si inerpicarono in pellegrinaggio per i remoti sentieri rupestri tracciati dagli eremiti fino al  monte dove, incorniciato da schiere di querce secolari, si erge il convento della Santa Spina.

Così, ogni secondo venerdì di marzo, il cammino di fede percorso dai pellegrini, a piedi scalzi o in ginocchio, tra preghiere e canti penitenziali, si è arricchito della sfilata delle croci della salita di Cristo sul Golgota.

Una tradizione quella del “Calvario” che si è mantenuta viva grazie all'impegno del gruppo Natess, associazione culturale particolarmente attenta alle tradizioni del territorio e al richiamo dei petilini in “diaspora”.

Preparazione dell'infiorata
La processione del "Calvario"

Il benvenuto dei "palazzi trasparenti"

Ma per i visitatori di Petilia, il primo colpo d'occhio è inevitabilmente quello dei "Palazzi trasparenti" che danno il loro sgangherato benvenuto. Non si tratta certo della moschea degli specchi a Shiraz. Ma di mattoni, del colore del macinato di carne, che tritano anche la vista  – ci si può guardare attraverso –  di chi si imbatte  anche nelle innegabili brutture della realtà urbana. È il non finito che si traduce in scheletri - spettri, fantasmi -  architettonici.   Petilia Policastro è un cantiere a cielo aperto. I lavori non sono mai davvero cominciati. E in città alla disillusione per quello che non si è compiuto ci si è fatta l'abitudine. Prevale un senso di precarietà.

Lo sguardo di Masino Medaglia

Masino Medaglia è impietoso nel raccontare la sua Petilia Policastro,  i suoi palazzi trasparenti, li chiama lui, il folclore ma anche i suoi scorci di armonia e bellezza. Cattura la sua realtà e la racconta, magari con un pizzico di ironia. Lo sguardo conciliante e indagatore del fotografo rivela la sua natura ecclettica e tenace, che lo ha sempre portato a scandagliare il paesaggio di quella cittadina tra il monte Gariglione e il fiume Tacina, tanto ostile quanto suggestiva. Petilia Policastro è la costante delle opere di Medaglia. L’amore tormentato nei confronti della propria terra ha dato origine a capolavori di angolazioni e luci come “La ballata di mamma Giuseppina”, videoclip che racconta, con la partecipazione speciale del cantastorie Danilo Montenegro, la storia del coraggio di Giuseppina Carvelli, donna petilina che morì nei primi del Novecento nel tentativo di salvare la figlia dalle fiamme nei monti della Sila. L'artista Romolo Rizzuti (fra i tanti attivi a Petilia) le ha dedicata una grande scultura, installata  in piazza Guglielmo Marconi, in occasione della  terza edizione della "giornata del coraggio femminile" . Una celebrazione istituita nel 2013 per onorare la figura di Lea Garofalo,  la collaboratrice di giustizia nata nella frazione petilina di Pagliarelle e uccisa vicino Monza nel 2009.

Dioniso Sacco e la Sacra Spina di Policastro

Colpisce la precisione del regista nel docufilm “Dioniso Sacco e la Sacra Spina di Policastro” e l’attenzione alle location cinquecentesche per raccontare la storia della reliquia giunta fino alla chiesa di Santa Maria delle Grazie. «Il docufilm nasce con l’esigenza di dare una versione definitiva alle leggende che circolavano sulla Santa Spina. Una donna anziana era arrivata a dire che Gesù Cristo stesso, passando di qui, avesse lasciato una delle spine della sua corona. I petilini non erano al corrente della vera storia della reliquia. Era giusto impegnarsi in una ricerca storica a riguardo e rendere la storia accessibile a tutti», spiega l'autore.

È nato così il progetto più poderoso di Medaglia, premiato al Foggia Film Festival 2011 da Sergio d’Offizi per la sezione “Documentario Italiano” prodotto dalla Curia Vescovile di Crotone e Santa Severina.  

Masino Medaglia

Racconta la storia di padre Dioniso Sacco, originario di Policastro, arcivescovo di Parigi, cui venne donata dalla regina di Francia Margherita di Valois la sacra spina (da rami di giuggiolo) della corona di Cristo, e il travagliato viaggio del confratello  Ludovico Albo fino al convento  di Santa Maria dei Frati,  in una perla di chiaroscuri magistrali e grande impegno  da parte degli attori, tutti principianti, con l’unica eccezione di Paolo Fiorino, nei panni di Fra ‘Cola Mauro. La reliquia è conservata oggi in  un prezioso astuccio incastonato in un tabernacolo- reliquiario d’oro, all'interno del santuario.

I  Palazzi "trasparenti"  che racconta Masino Medaglia

Jop, commedia al riso amaro

Il piglio a tratti dissacrante di Medaglia si sposa alla commedia in vernacolo calabrese e a quel riso amaro che si confà alla Petilia Policastro che non si manda nei servizi al telegiornale. “Jop”, si intitola così la commedia degli equivoci che ritorna sul tema della trasparenza dei palazzi, della Petilia dei condoni edilizi, dei muratori che lavorano solo il sabato e la domenica, dell’emigrante che torna e si trova catapultato nella realtà dei condomini, non solo abusivi, ma caratterizzati da lotte intestine tra vicini di casa  per le bollette della luce e il colore del portone d’ingresso. L’incomunicabilità della lingua affettiva dialettale di fronte a una legge che si esprime in un italiano che non appartiene agli strati umili della società. Tutto sotto il velo della comicità pungente e popolare della sceneggiatura curata direttamente da Medaglia. E anche quando passa dalla sintesi della fotografia alla scrittura, l'autore, prima da sceneggiatore e regista, infine da scrittore approda nuovamente in Calabria con il suo  romanzo “’a Mmasciata”. Inganni e povertà della sua Pulicastru, "un concentrato di umanità tutta degna di essere indagata".

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