Operazione verità sulla Calabria,

gli scrittori danno voce ai territori, 

al mito, alla cronaca, alla Storia. 

E al futuro della regione

di Elisa Longo, Donata Marrazzo, Benedetta Persico | 16 Luglio 2018

 In principio - al principio della modernità (tempo transitorio della ricerca del nuovo) -  furono l’argilla verde con i riflessi viola della terra e la sua geografia romantica: Leonida Rèpaci e Corrado Alvaro.   Furono Mario La Cava e Saverio Strati: la “Terra dura” e i sogni di “Tibi e Tascia”. L’ “Odissea meridionale” di Francesco Perri, le “Apparizioni del Sud” di Raoul Maria De Angelis. I racconti di Franco Costabile e di Lorenzo Calogero tra la speranza e la follia.  Fino a "L'intimità perfetta con il silenzio"  nella scrittura minimale di Rocco Carbone.

Neorealismo della letteratura popolare con tutta la forza del reale. E scintille di poesia.

La Calabria è da sempre un terreno fertile per la scrittura. Non Arcadia, ma mappa di vicende umane, politiche e sociali. Di utopie insofferenti. Di sentimenti mediterranei. Ormai, di un’altra Europa. 

Profezia in ritardo

«Di qui a cinquant’anni, se ai moti esteriori della civiltà risponderanno quelli interiori, la Calabria sarà una regione totalmente cambiata»

(C. Alvaro)

 

 

 

 

La Maligredi dell'Aspromonte (monte lucente)

È dura  e potente la voce di Gioacchino Criaco che sale dal suo Aspromonte femmina, grande madre che ha generato figli dal seme del Libeccio. “Aspro” non nel senso latino di asper - monte arcigno -  ma come in lingua grecanica: lucente.  Africo:  come “un pugno d’anime che lottava da millenni contro qualunque demonio”. Le madri gelsominaie: “Mamme di gelsomino, fate a colori che ogni notte estiva l’accendevano come lucciole: contavano ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e le depositavano con cautela nel sacco di lino o nella cesta di junco”. Su di loro da sempre incombe la maledizione che al Sud si accompagna alla vita,  la maligredi che “spacca i paesi, le famiglie, fa dei fratelli tanti Caini, è peggio del terremoto e le case che atterra non c’è mastro buono che sa ricostruirle”.  Così la racconta Criaco nel suo ultimo libro, "La Maligredi" (Feltrinelli). Ma c'è spazio ancora per «la speranza che da queste parti, nonostante la tragedia perenne, è un vento che soffia senza requie».   Nel  bar di Rocco si agita il sogno anarchico, la voglia di ribaltare tutto.

Un raccontono più intimo e informato

di Donata Marrazzo

Gioacchino Criaco

Criaco e gli altri, operazione Verità tra i  ruderi di Africo Vecchio

Gioacchino Criaco, insieme al quale si riuniranno ad Africo Vecchio - su invito del presidente della Regione Calabria Mario Oliverio con la collaborazione del Parco Nazionale dell'Aspromonte e del comune di Africo -  scrittori, giornalisti e operatori del mondo del cinema (dal 19 al 21 luglio) con l'intento di ribaltare l’idea di un territorio tutto legato alla criminalità e farne terra di riscatto, sostiene che la storia del suo paese e dell'Aspromonte  sia stata sempre storia di ribellioni, utopie e giustizie antiche: «Non sono state solo le istanze del '68 ad agitare gli spiriti anarchici e le gelsominaie - spiega lo scrittore - ma un senso costante della rivoluzione che dimostra quanto il nostro popolo non sia mai stato complice di dinamiche criminali né tantomeno testimone ignavo». E aggiunge: «Per anni, per troppi anni, la Calabria ha sofferto di un vuoto di rappresentazione. Adesso tante voci di qualità scrivono un racconto più intimo e informato. Un'operazione verità che contribuisce a portare il mondo nei nostri territori e i nostri territori nel mondo».

L'inclinazione della Terra

«Bastava un grado in più o in meno, un misero grado, e non ci sarebbe stato niente, nè il giorno né la notte, le stagioni, il volo degli uccelli, il tempo, gli uomini e i loro infiniti affanni. Nulla»

(D. Dara)

La terra del sogno di Domenico Dara

Domenico Dara gira l'Italia con i suoi "Appunti di meccanica celeste" (Nutrimenti): storie di vite mancate che diventano racconto sulla Calabria. Il microcosmo di Lulù “il pazzo”, Cuncettina “a sicca”, Archidemu Crisippu "lo Stoico", Malarosa, don Venanzio l’Epicureo, il sarto “ricchiune”, Rorò, Angeliddu “u biondu”, il farmacista, il medico del paese. «Sono le storie di tutti - spiega lo scrittore - quante madame Bovary ci sono a Girifalco che nessuno ha mai raccontato? Ne abbiamo bisogno. La Calabria è stata raccontata male, narrando sempre e solo ciò che non andava. Ora questa terra ha un enorme arretrato di storie con cui colmare il suo deficit di rappresentazione. Così possiamo "normalizzarla", trasformando il particolare in generale. Le storie  comuni di un piccolo paese dei pacci in storie universali».

La  sua Calabria è terra del mito, anzi del sogno e della magia. Gli uomini si muovono come corpi celesti in una notte di festa.  A Girifalco, in una piazza tra il cimitero e il manicomio, dove le giornate sono così calde che l'aria avvampa "come zeppole appena tolte dall'olio bollente".  Con la sua scrittura vaporosa e musicale, mixata  con il dialetto, descrive misterose traiettore umane mentre ruota la Terra: l'istante, l'attimo,  il nulla tra la trama e l’ordito. O  “il capello di don Venanzio impigliato nel pettine, un pezzo d’unghia rosicchiato e sputato da Mararosa, lo spessore della carta con cui Rorò impacchettava i pasticcini, lo stelo di una primula, un lendine secco, una foglia d’origano, un vinacciolo, un grano di pepe nero...".  Quando tutto cambia.

 

La visione di Rubbettino

Florindo Rubbettino, editore militante a Soveria Mannelli, sensibile ai temi della Calabria e del Mezzogiorno, con la sua storica casa editrice, punto di riferimento di livello nazionale per la saggistica in materia di economia, politica e scienze sociali, ha una visione chiara della nuova letteratura calabrese: «Oggi c'è una grande vivacità e pluralità di voci, una nuova attenzione al racconto dei territori. Questa terra torna a restituire valore alla cultura e ai saperi - spiega l'editore  che vanta un catalogo di 5000 titoli di cui 1000  dedicati alla regione - ma il cammino è ancora lungo. Per accelerare i tempi  bisognerà prima recuperare tutti i classici, il patrimonio di narratori eccezionali, da De Angelis a La Cava».  E spingere sui consumi culturali: «Oltre a Reggio, Cosenza e Catanzaro, la fascia jonica reggina è quella i cui si legge di più. La Locride in particolare è da sempre un grande laboratorio culturale e letterario».

Florindo Rubbettino

Il paesaggio diventa protagonista

Fra gli autori degli anni '50 c'era  connessione di temi e di forme. «Oggi non possiamo parlare propriamente di letteratura regionale, di una scuola calabrese - sottolinea Rubbettino - Le voci dei nuovi scrittori  sono molteplici e tendono a un racconto universale». Con elementi nuovi: «Riemerge forte il paesaggio, ad esempio,  che prima restava sullo sfondo. Non più solo cornice, ma protagonista, come nei racconti di Francesco Bevilacqua». Cercatore di luoghi perduti, "membro dell’ordine pedestre dei camminatori erranti": così si presenta lo scrittore.  Ora è in tour nella regione con il suo Festival delle erranze e della filoxenia (l'amore per i forestieri manifestato dai greci  nell'antichità). Presenta il suo ultimo libro, che è un elogio dell'erranza e dello smarrimento: "Fantasticherie del camminatore errante" (Rubbettino ), per un' idea del camminare come scavo, scoperta, preghiera, ascesi. E del camminatore come monaco,  sciamano, eremita.

Nella scuderia di Rubbettino spiccano anche i nomi di Ettore Castagna, del collettivo Lou Palanca, di Pietro Criaco, Marco Iuffrida,  Cataldo Perri, Sonia Serazzi, Annarosa Macrì. «Siamo orgogliosi di aver sostenuto tanti scrittori che si sono affermati, di essere stati per molti scrittori davvero una casa» aggiunge l'editore. Fra questi anche Vito Teti, antropologo  dei luoghi e dell'abbandono, dell'alimentazione, dell'emigrazione, della letteratura, della "Terra inquieta". Di chi parte e chi resta.

...Calavrìa (disse in mezzo ai denti)

"Alle spalle della candida riva, ginestre e canneti. Pini e querciole, fino al verde scuro e impenetrabile di lecci e mirto. Un bosco negro senza fine. Non si vedeva anima creata sotto il cielo basso per il vapore del caldo ionico. E se ci fossero stati uomini o bestie sicuro che non avrebbero potuto respirare più delle pietre".

(Ettore Castagna)

Il disicanto di Ettore Castagna

Ettore Castagna, antropologo, musicista e scrittore,  partecipa attivamente a questo nuovo corso della letteratura calabrese. Con disincanto: «Siamo colonia culturale, economica, politica. La nostra subalternità è consolidata, ma finalmente un gruppo di intellettuali, guarda caso quasi tutti emigrati al Nord,  ha preso in mano la penna.  E ora della Calabria emergono diversità, autonomie, differenze» Anche la bellezza, come nel suo libro "Del sangue e del vino" (Rubbettino): c'è una  terra barocca e pastorale, di pietre (quelle dell'Amendolea), di ginestre e di magia (di tutta l'area grecanica),  che accoglie Dimitri e Agati, una coppia di greci fuggiti da Creta per sottrarsi all'invasione dei turchi. "In due erano, con un solo sacco di tela di ginestra per i quattro panni sudati che gli erano rimasti. E in mezzo ai panni un’icona piccola della Madonna della Tenerezza grande quanto il palmo di una mano con le dita un poco spalancate. Una Madonna con un cielo d’oro da tenere contro il petto". La loro storia diventa una saga. Fiaba e tragedia. Epica di un popolo che non ha potuto parlare. Complesso il linguaggio: italiano (colto), dialetto, greco, neologismi. «Una mbisca francisca, direbbero a catanzaro, rievocando la ricca insalata preparata per re Fracesco di Borbone», scherza Castagna. 

«Ho imparato più dagli analfabeti che dalle accademie - continua -  dalla fiabe di mia nonna, ogni sera le stesse, ma per me sempre nuove». Dal suo romanzo è nato uno spettacolo di teatro canzone che ha fatto in giro d'Italia. E ora è tutto pronto per il nuovo libro sulla Catanzaro degli anni '70 e sulle dinamiche di trasformazione della sua generazione.

Le pagine bizantine di Carmine Abate

Sacerdoti di rito bizantino, ballerine, pugnali d’oro, giovani emigranti senza scampo (che poi tornano) popolano le paginedi Carmine Abate. È l’epica quotidiana della comunità albanese (60mila abitanti arbëreshe che, dal Pollino alla Presila cosentina, conservano tutti i vincoli identitari) raccontata utilizzando la lingua delle origini insieme ll’italiano. Hora, dove sono ambientati quasi tutti i romanzi dello scrittore, è Carfizzi, paese natio di Abate,  e si confonde con Crotone, Cirò, Melissa, Strongoli. Paradiso e nuvole nere. E l'odore intenso della terra: “Era un miscuglio di sambuco in fiore, di origano e liquirizia, di cisto e menta selvatica, che la brezza marina faceva roteare sulla cima della collina come un’aureola invisibile. – Più invecchio e più ce l’ho nelle narici questo profumo – . Mi ha confidato mio padre quando ci siamo rivisti sul Rossarco. […] – Non sai cosa ti perdi. La primavera in Calabria è un paradiso di profumi e colori […]” (“La collina del vento” (Mondadori)

 

La magia del racconto di Sonia Serrazzi

Lasciano il segno anche  i libri di Giuseppe Aloe ("Ieri ha chiamato Claire Moren", Giulio Perrone Ediore) e di Olimpio Talarico ("Amori regalati", Compagnia editoriale Aliberti). Annarosa Macrì ha raccontato il suo Sud pieno di ferite in "Da Che parte sta il mare" (Rubbettino). Per scoprire che il mare è dappertutto. La sua ultima opera è "Corpo estraneo" (Rubbettino).  Fra le donne si fa spazio Sonia Serazzi: "Il cielo comincia dal basso" (Rubbettino) è come un libro di preghiere. Di sacre scritture e storie microscopiche.  Di viaggi in treno e in bus, costeggiando acqua, alture e radici. Di solitudini e consolazioni, e grano, pane, pioggia, muffa, malinconie,  rimpianti. Di papaveri, che "prigionieri nei vasi non campano". Tutto raccolto dentro minicapitoli (introdotti da un versetto della Bibbia),  periodi brevi, quasi un diario. Una scrittura  sottovoce, che scivola su ciò  capita o che  si ama: "Sulla terra ci sono le nespole coi noccioli lisci da sputare nel piatto, e le ginestre fiorite, e le cime di rapa soffritte con l’aglio, e il sole dopo la centrifuga della lavatrice...". Protagonista Rosa Sirace , "una che impara a fiorire nel posto che ha, e fiorendo scrive la sua vita di cose piccole su un'agenda: fogli con sopra il numero del giorno, e la carta che tiene il conto ripete quotidianamente che una storia non ha tutto lo spazio e il tempo che vuole". Una che decide di "imitare le api che ogni anno credono nei fiori e li aspettano con pazienza".

Una nuova sensibilità culturale,

Mimmo Gangemi e Lou Palanca 

di Elisa Longo

Calabria, gigante narratrice

Gran parte della nuova letteratura calabrese è animata da storie che non eludono la realtà, che anzi verificano costantemente, in una continua corrispondenza con le fisionomie e le esigenze di una regione,  gigante narratrice delle sue innumerevoli identità. E dalla capacità di coniugare e armonizzare la storia e il tempo corrente, le dinamiche della caduta e quelle della risalita. 
Mimmo Gangemi, classe 1950, nato a Santa Cristina d’Aspromonte e ingegnere di professione, scrittore per attitudine, ha scelto di vivere la sua Calabria restando e ricalcando nero su bianco le sue verità, che risiedono nella contrapposizione tra il fare criminale e le molteplici mani di Dio, quelle della gente onesta. 
Così, nel 2009,  dopo il successo de "Il giudice meschino" (Einaudi) - aggiudicatosi  il Premio Selezione Bancarella, il Premio Epizephiry, il Premio Anassilaos Narrativa, il Premio Bronzi di Riace - porta a maturazione una storia diversa: il personaggio chiave non è più Alberto, l’eroe involontario nell'intreccio disordinato degli affari della 'ndrangheta e delle sue relazioni pericolose con imprenditori, politici e poteri forti, ma Giuseppe, giovane ragazzo d’Aspromonte che parte per la “Merica”. "La signora di Ellis Island" (Einaudi)  è una storia attualissima di emigrazione e povertà, l’odissea dei derelitti, quello che ieri era per noi la promessa di una casa con qualcosa dentro da mangiare, quello che oggi è per noi un “problema politico” da mettere in discussione. La narrativa di Mimmo Gangemi si guarda attorno, percepisce oltre, fa esperienza e rielabora la vita ricodificandola in una prosa decisa, oggi insignita di riconoscimenti, impaginata in 11 romanzi differenti. Un successo condiviso con una buona squadra di scrittori calabresi, che oggi si impongono sempre più a livello nazionale, complici l’autonomia dello stile che li caratterizza e la forza espressiva delle storie. Lo stesso Gangemi commenta con entusiasmo questa nuova fioritura della produzione letteraria calabrese come “un risveglio sentito necessario, dopo oltre 30 anni, per via di una condizione sociale degradata da cui è scaturita, per contrasto, una maggiore e più produttiva sensibilità culturale. Mi fa sorridere oggi pensare - afferma lo scrittore - a quanta ipocrisia esprima il Governo italiano sul tema dell'accoglienza. Nel mio libro si racconta ad esempio che uno dei principali motivi di respingimento dei nostri emigrati in America era la pellagra, una malattia causata dalla carenza o dal mancato assorbimento di vitamine del gruppo B, di cui soffrivano gli italiani del Nord a causa di un'alimentazione scarna fatta quasi soltanto di polenta”.

 

Reciproco stupore

"Ti ho vista che ridevi, mi disse una volta Gioan, e poi ci fissammo con reciproco stupore. Io per la sua frase così inconsueta,  lui perché era rimasto fermo al mio sorriso,  altrettanto inusuale".

(Lou Palanca)

L'anima  polifonica dei Lou Palanca

Unione e condivisione sono due delle categorie dell’anima dei Lou Palanca, collettivo nato nel 2010 dalla volontà di un gruppo di professionisti e scrittori calabresi, il cui nome è il risultato dell’addizione del diminutivo di  Luther Blissett, pseudonimo collettivo utilizzato da una serie di performer, artisti e riviste negli anni ‘90, con il cognome Palanca, chiaro omaggio alla figura di Massimo Palanca, ala sinistra del Catanzaro negli anni ‘70 e ’80. Oggi i Lou Palanca sono Nicola Fiorita, Valerio De Nardo, Danilo Colabraro e Maura Ranieri e, con una struttura che autodefiniscono a geometria variabile, rispondono alla necessità di raccontare una Calabria lontana da ogni stereotipo, attraverso una narrazione corale capace di dimostrare che si può ancora lavorare collettivamente, fuori da ogni contemporanea propensione alla chiusura e all’individualismo: « È importante – dice Nicola Fiorita - questa nuova svolta della narrativa calabrese. Intanto perché si sta manifestando una significativa attività di scrittori ed editori rigorosamente calabresi, che vivono e operano in Calabria. Spetta a questa squadra di amici, perché ci lega prima di tutto una buona amicizia, raccontare la verità del territorio. Non che altri non possano farlo!  Ma solo chi davvero vive la Calabria può raccontarne tutta la sua complessità. Penso che sia fruttuoso oggi il gioco di squadra perché insieme possiamo far uscire la Calabria dal cono d’ombra e presentarci ad un pubblico molto vasto con in mano dinamiche autentiche, non immagini da cartolina o echi di cronaca nera». Una polifonia che caratterizza lo stesso gruppo dei Lou Palanca, che si materializza corpo unitario nello spazio di una nuova narrativa vivente, diventando anello di congiunzione tra le storie del passato ormai dimenticate e quelle intuibili del futuro, in una dimensione temporale attuale che è empatia e condivisione, coscienza civile e riflessione.  «La scrittura – continua Fiorita -  ha sempre avuto la capacità e il potere di agire parlando alle coscienze, riflettendo gli esiti della sua azione sulla vita individuale e collettiva. Il problema è che da un po’ di anni la scrittura così intesa non la pratica quasi più nessuno. Per noi invece è un’urgenza. Cosi com’è urgente raccontare il presente calabrese, quel frammento della nostra storia che dal post-sessantotto a oggi non aveva trovato narratori».  Così nel 2012 dopo il romanzo d’esordio "Blocco 52. Una storia scomparsa, una città perduta" (Rubbettino), in cui si riportava alla memoria la tragica morte del sindacalista Luigi Silipo, ucciso a Catanzaro il primo aprile del 1965, prosegue l’operazione di ricostruzione della memoria collettiva calabrese e nazionale con "Ti ho vista che ridevi" (Rubbettino) come anche il terzo romanzo "A schema libero", uscito nel 2017. L’ultimo è "Il morzello di Nancy Harena",  edito da Slow Food.

In "Ti ho vista che ridevi" il giornalista che indaga  nel  suo passato è la voce che dà eco alle voci perdute delle calabrotte, le donne calabresi che contribuirono al ripopolamento e all’economia delle campagne delle Langhe negli anni ‘60, sposando i contadini del luogo, attraverso la madiazione dei bacialè,  sensali langaroli. Ancora una volta l’emigrazione emerge come uno dei caratteri forti della storia calabrese, cosi come lo spirito di adattamento, la determinazione e un finale di integrazione e comunanza, di forza lavoro indirizzata verso l’inevitabile successo di un’economia della cooperazione indiscriminata. Così Dora è il volto impresso sulla carta, l’identità restituita a ogni singolo migrante di oggi, è l’energia dei braccianti di Rosarno, ogni battito inarrestabile del cuore di Riace, è la parabola di una ricchezza costruita come torre di Babele sull’energia multiforme del sud del mondo. «Abbiamo sempre operato affiché si stabilisse un legame concreto tra le nostre storie calabresi con quella del Paese, testimoniando il valore universale delle vicende dei nostri protagonisti», conclude Fiorita.

Gli angeli dell'"Alfiere" Miriam Giorgi (16 anni)

di Benedetta Persico

La finestra di Miriam sull'Aspromonte

Miriam ha 10 anni, la finestra della sua stanza si affaccia sulle montagne dell’Aspromonte di San Luca, in provincia di Reggio Calabria. C’è un libro sul suo comodino. È il primo libro della sua vita. Il titolo è “Shadowhunters - Città di Ossa” della scrittrice statunitense Cassandra Clare: tra cacciatori di demoni e "mondani", rune dell’invisibilità, vampiri e licantropi. Miriam si innamora del regno del fantasy, divora l’intera saga, legge Rick Riordan e si appassiona alla mitologia greca, latina e norrena tuffandosi nel mondo dei semidei di Percy Jackson, ma non si lascia sfuggire  Hunger Games e Divergent. Miriam avverte, però, la necessità di raccontare la sua storia, sulla scia manichea che tanto l’aveva presa, tra angeli e demoni confusi nel regno degli umani.

Dovrà attendere quasi quattro anni Miriam Giorgi per vedere il suo manoscritto in libreria: Pav edizioni pubblica  “Angels” nel 2016, la vita segreta di un angelo nascosto.  Il libro raccoglie il favore del pubblico. E Save The Children, organizzazione internazionale indipendente che lotta per migliorare la vita dei bambini, prende tanto a cuore la storia della giovanissima autrice calabrese da segnalarla alla Presidenza della Repubblica. «Ero così sorpresa. Di solito preferisco tenere le emozioni per me, ma davvero non mi sarei mai aspettata niente del genere». E a soli 16 anni, è stata insignita del titolo di Alfiere della Repubblica dal presidente Sergio Mattarella. È l'orgoglio della sua comunità.

Dopo la recente pubblicazione di "La vita segreta di un angelo disertore. Angels. Vol. 2", ora punta alla trilogia. A maggio ha partecipato al Salone Internazionale del libro di Torino e agli incontri organizzati all'interno dello stand della Regione Calabria. Era la più giovane di tutta la fiera. Il confronto con grandi autori calabresi come Mimmo Gangemi, Ettore Castagna e l’inaspettato incontro con  Chiara Panzuti, di cuiha curato la recensione del libro “Absence”,  le  hanno lasciato il segno. 

meandbooks.altervista.org

Da quattro anni Miriam gestisce un blog (https://meandbooks.altervista.org), recensisce libri e serie tv, non si fa mancare book haul e book tag: è una adolescente affascinata dall’immortale mondo dei libri. Da un anno  collabora con diverse case editrici, scrive un articolo o una recensione ogni tre giorni. «Ho comprato tutti i libri del Signore degli Anelli, ma non ho davvero il tempo per leggerli. Mi manca ancora la pietra miliare del genere fantasy», ammette. La sua serie tv preferita è “Supernatural”, sempre fedele al filone fantasy, ed è anche una grande appassionata di telefilm targati Marvel e DC Comics.

Ma Miriam sogna la volta celeste e vuole diventare  ingegnere aerospaziale. «Ho sempre preferito le materie scientifiche, per questo motivo ho scelto un Istituto tecnico economico. Mi dicono spesso che avrei dovuto iscrivermi al classico. Ma ho capito che la scrittura è innazitutto un'attitudine. La Calabria - conclude - resterà sempre il luogo dove ho sfogato per la prima volta il mio bisogno di raccontare e sicuramente  è una dimensione che mi ha portato a essere quella che sono. Per realizzare i miei sogni so che dovrò spostarmi. Ma tornerò sempre per scrivere tra le montagne di San Luca. Per niente al mondo rinuncerei alla calma, all’aria e alla vastità del mio Aspromonte».

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