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La Pitturessa

Anna Paparatti negli anni ‘70 ha animato la scena dell’arte contemporanea internazionale. Gallerista, pittrice, performer senza schemi,  non dimentica le sue radici. Tra Scilla e Cariddi.

di Donata Marrazzo

Fotografie di Marcello Lambertini Padovani e Alessandro Vasari

La Pitturessa ha un’andatura lenta, leggera, da principessa indiana. Spalanca la porta del suo appartamento romano sul Lungotevere insieme al suo sorriso (il tilak al centro della fronte è un po’ scolorito) e ti introduce in un mondo lontano, ricco ai lati, sulle pareti, lungo il perimetro delle stanze, vuoto al centro. C’è odore di incenso e uno yogi del ‘700 appeso al muro. Un mandala antico è sopra una cassapanca e sotto le miniature tantriche che l’artista compone a tempera: piccoli cerchi eterni, colorati,  attraversati da reticoli cosmici. Sul lato sinistro del salotto incombe immensa un’opera di Pietro Pizzi Cannella, tre vestiti bianchi dipinti su tavola, e proprio di fronte una porta di legno realizzata dallo scultore Hidetoshi Nagasawa (famoso per le sue opere antigravitazionali) lascia scorgere lo studio: un piccolo cavalletto vicino alla finestra, uno scrittoio con una scatola di colori, mensole piene di libri e cataloghi di mostre. Le foto in bianco e nero.

La Pitturessa – in ballerine di velluto, capelli raccolti in una coda, vestito di jersey nero fino alle caviglie, gioielli etnici e uno scialle fucsia sulle spalle - è Anna Paparatti, protagonista della scena artistica internazionale degli anni’70.  Una donna controcorrente –  bohémien hippy freak - pittrice d’avanguardia, performer senza schemi: amica di Cy Twombly, Jannis Kounellis, Mario Schifano, Sol Le Witt, Gino De Dominicis. Che amò Fabio Sargentini, gallerista, regista, scrittore. Dalla loro relazione è nata Fabiana.  

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Anna Paparatti nel suo appartamento sul Lungotevere, davanti a un'opera di Pizzi Cannella

Con Sargentini Anna animò l’Attico, galleria in piazza di Spagna, poi spostata in un garage di via Beccaria (lo spazio dell’arte non è più borghese, contemplativo). Insieme hanno viaggiato a lungo in India - «Flavia era piccola, ma era sempre con noi» -, spesso anche con galleria al seguito. L’arte era partecipazione collettiva e desideri esotici: «Una volta a Madras vennero anche  Francesco Clemente, Luigi Ontani, Cesare Brandi». Ne venne fuori una lunga mostra itinerante.

Quando Roma era davvero capitale di tutte le avanguardie, anche quelle letterarie, anche esistenziali, lo spazio gestito da Fabio e Anna era una fucina sperimentale: lì le prime mostre di Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto, Eliseo Mattiacci e Kounellis, autorevole esponente dell’arte povera (scomparso di recente), che nel ’69 vi realizzò un’installazione con 12 cavalli vivi. E dall’Attico passò il Living Theatre, la musica (Philip Glass) e la danza (Trisha Brown).  L’arte (Povera, Concettuale, la Transavanguardia, la Anarchitecture, la Narrative Art) nelle mani di Anna e Sargentini generava avvenimenti, performance, iniziative spettacolari.

Nella vicina osteria di via dei Baullari Anna si sedeva al tavolo accanto a quello di Sarte e Simone de Beauvoir, alla Feltrinelli di via del Babbuino  incontrava Enzo Siciliano e Alberto Moravia, in un bar di  Campo dei fiori incrociava Gabriella Ferri e sotto la statua di Giordano Bruno chiacchierava con Dario Bellezza.

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Un mandala sul cavalletto

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Miniature tantriche

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L'Attico in un garage di via Cesare Beccaria

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Anna Paparatti alla fine degli anni '60

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Ma la vita-capolavoro di Anna Paparatti comincia molto tempo prima, a Rosarno, in Calabria: una nonna marchesa, Clorinda Campennì, di cui conserva gli stessi occhi verdi, che andò in sposa al barone Gregorio Paparatti, latifondista della Piana di Gioia Tauro. Il salotto di damasco giallo, la cucina con il forno a legna, l’orto giardino, la servitù e le storie degli antenati. Il rosario collettivo e una dispensa piena di conserve e capicolli e olive con le bucce d’arancia, collane di cipolle rosse di Tropea. «Facevo scegliere a mia nonna la merenda - ricorda Anna – con lei diventavo golosa, mentre a casa non mangiavo».

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Parla con nostalgia della sua terra, anche se molti ricordi le fanno male: era una bambina ribelle e si è sentita poco amata dalla madre. Più compresa dal padre che ha assecondato le sue passioni. Ma quel mezzobusto di calabrisella con peperoncino posizionata sul parquet ai piedi dell’opera di Pizzi Cannella la riporta a tempi lontani: «Me l’ha regalata Roberto Bilotti, perché le nostre comuni radici calabresi hanno un senso profondo».

Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, ultimo erede di una famiglia di mecenati che ha donato collezioni di grande valore al comune di Roma, a quello di Rende e di Cosenza, fine conoscitore dell’arte contemporanea che sa raccontare nei dettagli, entrando dentro le vite degli artisti, parla della Paparatti come di  una «divina rivoluzionaria, di eccezionale bellezza, che viveva immersa nell’arte. Del suo percorso ci sono preziose testimonianze nel Museo del Presente di Rende, fotografie d’autore e abiti disegnati dagli artisti del tempo. E’ stata la nostra Peggy Guggenheim».

In abiti d'artista

Fotografie di Alessandro Vasari

La Paparatti ricambia con slancio la dedizione del mecenate, scrivendo di lui (con il suo personalissimo stile, senza punteggiatura, senza maiuscole), nel libro "Arte-Vita a Roma, negli anni ’60 e 70" (sottotitolo La Pitturessa, come la chiama suo nipote Flaviano - De Luca editori d’arte): «Per tutta la vita ho portato al Calabria nel cuore - ed è per questo che mi sento anche araba - normanna - albanese - spagnola – greca – (…) ho respirato il sole africano – il mare sempre rosso dello stretto – (…) e proprio adesso – intervenuta la presunta saggezza dell’età  - che è arrivato dalla calabria roberto bilotti – riproponendomi la calabria da capire – da amare- (…) bello – carnagione scura - occhi neri e vellutati - bel sorriso sincero -  e un modo di fare che trasuda nobiltà – antica saggezza – antica follia – è arrivato a cavallo – (…) e la mia figura si donna ha toccato in lui delle corde profonde – gli ricordo qualcosa del suo passato- (…) è lui che ha riaperto i miei ricordi – i miei tesori nascosti – e che mi ha detto “apriti a me” – e tutto sta venendo fuori -  scilla e cariddi del mio stesso cuore».