Isabella, dagli scout alle Ong, passando

dallo Sprar di Sant'Alessio,

in missione speciale per l'umanità

di Benedetta Persico | 5 Maggio 2018

«A 16 anni, durante una visita al palazzo di vetro dell’Onu, dissi a mia madre: da grande è qui che voglio lavorare. Le organizzazioni non governative mi suonavano minacciose e distanti rispetto al mio mondo, tra le versioni di greco e quel mare che a Maggio sembrava suggerire di mollare tutto e fuggire chissà dove. Chi l’avrebbe mai detto che avrei preso parte ad una missione umanitaria in quelle stesse acque! Che sarei diventata cittadina del mondo senza rinunciare ai miei luoghi del cuore!». Isabella Trombetta, classe ’92, sul palco della Nuova Dogana a Catania, nell'ambito  della tre giorni per il Piano Nazionale Scuola Digitale (iniziativa creata per diffondere  a livello territoriale le azioni di innovazione didattica fra i banchi), si racconta. «If not me, who? If not now, when?».  Se non io, chi? Se non ora, quando ? dice. Il suo sorriso è radioso quando parla dei sogni che ha realizzato e che sono ora la sua realtà quotidiana. In Calabria.

 

Isabella guarisce il mondo da casa sua, lungo le coste di quello stesso Mare, tra Locri e Gerace,  che incanta i turisti  in bermuda e occhiali da sole o travolge i barconi carichi di uomini e donne senza volto che partono dalla Libia. Il Mediterraneo.

 

Isabella nasce a Reggio Calabria. Si laurea in Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli di Roma nel 2014 e prosegue la sua formazione in Global Studies (Relazioni Internazionali) in lingua inglese, conseguendo la laurea magistrale nel 2016 con una tesi su Cultural Heritage of Migration.  Dal primo anno di università  partecipa con passione ai Mun (Model United Nations), le simulazioni dei lavori negoziali alle Nazioni Unite, organizzati dall’associazione italiana United Network: sono i primi passi verso una carriera internazionale. Il multiculturalismo e la complessità del fenomeno migratorio la portano all’Université de Montréal, in Canada, dove trascorre un intenso periodo di studi. E quando è pronta a partire per gli Stati Uniti, a qualche mese dalla laurea, sceglie di fermarsi a Reggio Calabria. Le propongono un incarico allo Sprar (Servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati) di Sant’Alessio in Aspromonte.  Quello che da bambina aveva imparato frequentando gli scout prende forma e plasma la sua realtà: «Piccole cose possono fare la differenza e piano piano ti accorgi di essere già sulla tua  strada», spiega Isabella.

 

In quel paesino di 370 abitanti, incastonato nell’Aspromonte della vallata di Gallico, è stato realizzato un progetto pluripremiato e considerato best practice di accoglienza:  a Sant’Alessio si promuove un modello di rigenerazione e integrazione che favorisce innanzitutto l’inserimento dei migranti nel tessuto sociale, con corsi di alfabetizzazione e tirocini. Allo stesso tempo si contrasta lo spopolamento di borghi in via di estinzione.  Come a Riace, ad Acquaformosa, ma anche a Caulonia, Stignano, Badolato. È il modello Calabria (spesso contrastato e ostacolato), che in fatto di accoglienza fa scuola in Europa.

 

Le persone coinvolte nella gestione del servizio provengono da comuni dell’hinterland e non hanno bisogno di scappare all’estero per dare il proprio contributo al mondo. Lo Sprar di Sant’Alessio testimonia che le migrazioni possono rappresentare un'occascione di rinascita sia per le persone sia per i territori. Ma bisogna essere capaci di guardare negli occhi dell’altro, di “riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio", come diceva Italo Calvino.

L'esperienza allo Sprar è stata intensa, ma poco dopo a Isabella si presenta un'altra occasione straordinaria: l’Ong franco-italo-tedesca Sos Mediterranèe, organizzazione umaniaria "interamente finanziata dalla popolazione solidale a livello globale e dall’appoggio della società civile", le offre l’incarico di Communication officer a bordo della nave di ricerca e soccorso Aquarius, sulla quale si imbarca per 2 mesi. Salvataggi, accoglienza e testimonianze dal vivo della vita a bordo di una rescue boat: «Lavorare in situazioni di emergenza, dall’esterno, può apparire come qualcosa di caotico e non controllato, ma non è affatto così - racconta Isabella -  Tanta preparazione e training in aggiunta al vero lavoro di squadra fanno sì che l’emergenza venga affrontata con razionalità a garanzia delle persone da soccorrere».

 

Isabella ha riempito pagine intere per i report dell'organizzazione, raccontando le tragedie del mare, i visi logorati dal pianto, le sindromi post traumatiche da stress, gli occhi vuoti e i cuori pieni di speranza, tutta quella che rimane a  galla dopo un salvataggio. Un'esperienza umanitaria condivisa con il suo team, quello di SOS Mediterranèe - che opera  in collaborazione con Medici Senza Frontiere -  e con tutto l’equipaggio dell’Aquarius: ora sono una famiglia.

 

Ad Aprile, tornata a terra, è stata  ammessa al dottorato di ricerca in Global Studies presso l’Università per stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabria.  Per Isabella le relazioni internazionali son tutte qui, sull' “acroterio d’Italia”, tra le tradizioni magnogreche e tanta voglia di guarire il mondo, a piccoli pezzi.

foto e video courtesy of Isabella Trombetta

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