Storie e memorie dal paese dei pacci:

il futuro tra normalità e ordinaria follia

Testi di Barbara Rosanò, Simona Mancuso e Totò Petitto . Videointerviste di Barbara Rosanò.

A cura di Donata Marrazzo | 19 Ottobre 2017

L'ospedale psichiatrico  fu inaugurato  nel 1881 e arrivò a ospitare 1200 pazienti. Si scelse di realizzarlo  a Girifalco e non a Chiaravalle, Soverato, Maida, Borgia, Squillace e Badolato,  perché lì il clima era migliore. Soffiava meno vento ai piedi di monte Covello. E allora i matti lo temevano il vento: si pensava rubasse la mente. Il luogo accessibile, ritemprante il paesaggio. Con questi requisiti dell'ospedale psichiatrico della provincia di Catanzaro che negli anni divenne il polo sanitario  principale del Mezzogiorno per la psichiatria.

La Girifalco di Domenico Dara

Il monte Covello, il bar, la piazza con la fontana, il cimitero. Il Tirreno e lo Jonio, in lontananza. Il medico, il farmacista,  il prete. Lulù che vaga suonando le foglie. Il postino che legge lettere d'amore.   Archidemu Crisippu, filosofo stoico, "càddu de mani e friddu de cora": dalla sua finestra spalancata sulla piazza del paese, osserva il cielo stellato e l'umanità muoversi  seguendo traiettorie e orbite già tracciate. Vite che ruotano come corpi celesti. Altre ferme, sospese.  Ecco  la  Girifalco di Domenico Dara, la lingua del nonno, i profumi della fanciullenza, il trifoglio e il rosmarino. Tutto  raccontato in due libri: narrazione intima, evocativa, corale. Slanci lirici e dialetto.  "Breve trattato sulle coincidenze"  e  "Appunti di meccanica celeste "(Nutrimenti edizioni). Vita e scrittura.

Il docufilm sull'ex ospedale psichiatrico

L'ospedale psichiatrico di ieri e quello di oggi.  L'apertura innata della gente  del posto verso altri mondi. La follia nell'aria (e non è per dire). Così è Girifalco secondo Barbara Rosanò, autrice e regista (con Valentina Pellegrino) del docufilm Uscirai Sano, prodotto dall'associazione Kinema. Riempie i cinema della Calabria e  sta per spiccare il volo oltre regione. Un progetto nato tanti anni fa da una promessa fra padre e figlia. Barbara si posa leggera, tra realtà e finzione (davvero poca finzione), sulle vite offese dalla malattia, quella di Pino,  Saverio, Giuseppe, Mario, che sono ancora lì, ospiti delle strutture residenziali. Ancora con la speranza di uscirne sani, come era scritto in una epigrafe all'ingresso del manicomio: Sanus egredieris.  Visionaria la fotografia curata da Victorr Torrefiel Vicente.  Suggestivi gli scatti della desolazione (sul sito): sono di Paolo Migliazza che è anche un affermato scultore. I costumi sono stati realizzati dal maestro Orlando Cimino (sul set è nei panni del prete). Intenso Antonio Marinaro che è Angelo Aiello , il poeta che fu ospite del manicomio, accanto a Francesca Ritrovato , la donna in rosso, coprotagonista. Vibrano le parole di Marcello Barillà che racconta la storia di Pino Astuto, ex paziente dell’Ospedale, interpretando l’ingegnere, come lui ricoverato all'interno della struttura, ma colto,  appassionato di teatro e  di cinema:  si vede  recitare la storia di un altro che vive la sua stessa tragedia, il manicomio.

Il film racconta i cento anni dell'OP, ripercorrendone la storia attraverso i documenti conservati nella struttura e i suoi progressi scientifici: è a Girifalco che venne coniato il termine "ergoterapia", ovvero la riabilitazione dei pazienti attraverso le prestazioni lavorative, e praticato l' "open door", un sistema che ha consentito di precorrere i tempi della Legge Basaglia, permettendo ai pazienti di uscire e vivere il paese, generando una contaminazione unica tra il mondo interno dell’ospedale e quello esterno della comunità.   Per la prima volta a Girifalco, già nei  primi anni del '900, si pensò alla malattia mentale come a un disturbo che potesse essere curato e non solo contenuto. Poi arrivò il direttore Luigi Stefanachi, neuropsichiatra di Lecce , e  i ricoverati andarono in gita al mare. A Copanello. Era il 1966.

Un villaggio della mente, il sogno di Salvatore Ritrovato

Al tempo in cui Basaglia metteva in discussione l'"istituzione totale" e  rivoluzionava la psichiatria, rendendo l'approccio alla malattia più liberale, filantropico, paritario, «Girifalco già aveva cambiato sistema da anni, non più ospedalocentrico ma territoriale, lasciando circolare  i pazienti nel paese», spiega l'attuale direttore Salvatore Ritrovato, psichiatra, responsabile delle strutture  residenziali dove si  effettuano trattamenti intensivi ed estensivi.

Il medico,  che vive con fierezza il suo ruolo, in carica dal 2008, pur il linea con lo spirito della legge 180, ha sempre ritenuto  che l'OP dovesse avere una nuova vita, compiendo però un passo di civiltà. «Nuovi farmaci, nuove tecniche riabilitative, restituiscono oggi ai pazienti una vita dignitosa. E la struttura rappresenta da sempre una risorsa economica importante per il territorio», afferma Ritrovato.  Così, nel 2015 il direttore riesce a far inserire l'ex manicomio nella rete sanitaria territoriale. E invece di andarsene in pensione, sceglie di restare, per contribuire alla rinascita di quei luoghi che contano oggi 48 posti letto, compreso il  piccolo presidio di Paterniti (per interventi estensivi).

È un vero e proprio sogno nel cassetto: trasformare gli spazi  dedicati alla psichiatria in un villaggio della riabilitazione  per ridare dignità e cittadinanza agli ospiti, utilizzando trattamenti che intervengano efficacemente nel processo curativo delle aree colpite dalla patologia - ideazione, percezione, affettività, cognitività -  migliorando l'espressività corporea, la creatività e la manualità degli ospiti. Prevedendo anche di impegnarli nella lavorazione dei campi e nella vendita a km0 di prodotti biologici. Fra gli obiettivi del progetto,  quello di destinare una  decina di posti a quei pazienti che, dopo un trattamento sanitario obbligatorio, in fase di remissione della patologia, necessitano  di un periodo di "compenso" (fino a 3 mesi).  

Mentre già si riunisce la direzione sanitaria, si conta però sulle dita di una mano il personale: «Sono l'unico specialista assegnato alle residenze - spiega Ritrovato - qualche volta posso avvalermi sull'aiuto spontaneo dei colleghi del Csm, e su 1 psicologa, 1 educatrice, 1 psicoriabilitatrice, 12 infermieri, 11 operatori socio - sanitari, più qualche amministrativo».

Nell'aria un pizzico di follia e un velo di nostalgia

Il rione Pioppi vecchi trasformato in Borgarte, le chiese, il palazzo ducale, la fontana barocca. Le miniature di Mimmo di Giorgio, la festa dell'emigrante, la coltivazione della patata. Il miele e l'acqua che sgorga dalle sorgenti della Fonte della Madonnina. E quel pizzico di follia nell'aria, qualcosa di elettrizzante...  Simona Mancuso e Giuseppe Rosanò, per esempio: una libraia e  un musicista che costruisce strumenti con materiali di riciclo. Hanno un gruppo musicale che si chiama la  Casa dei matti. Aleggia anche un po' di nostalgia. Quella di Totò Petitto, per esempio, che  si ricorda della Banda Vecchia, della Nuova e della Tribù. Sotto le loro testimonianze.

 

Alle origini di Uscirai Sano,

una promessa tra padre e figlia

di Barbara Rosanò | 12 Ottobre 2017

Percorrendo  il  rettilineo di Borgia la vedi da lontano Girifalco e sembra quasi un posto come tanti, un paesino magari un pò provinciale e difficile, ed in parte è anche quello, ma in qualche modo ha una storia più ricca, azzarderei a dire che è speciale ma non come quei posti che ti appartengono e acquistano un significato importante solo per te … intendo che lo è in modo oggettivo.  

I tratti distintivi del mio paese sono sostanzialmente due: i pazzi e l’acqua di Monte Covello. Scorrono per le vie del paese e, nonostante tutto, questi due elementi lo hanno reso rigoglioso e famoso.  A molti di noi è capitato di  sentirci dire “Ah, vieni dal paese dei pazzi ?!”.

La vita come a teatro

Quegli  ospiti così speciali  lungo il passare del tempo entrarono  a far parte della comunità: il manicomio praticava  l’ "open door" e ad alcuni di loro fu permesso di entrare e uscire dalle mura dell’ex convento. I girifalcesi, la maggior parte perlomeno,  iniziarono a non temere la diversità. Quando uno dei ricoverati gli si avvicinava chiedendo qualche moneta o una sigaretta interagiva serenamente. E così a poco a poco, sigaretta dopo sigaretta, accadde la magia: la comunità si aprì divenendo tollerante e accogliente.

Girifalco da allora e negli anni è divenuto un enorme teatro al quale partecipano tutti, i degenti e la gente normale . Ci sono stati  tempi in cui il signor Paparo passava dalla posta ogni giorno,  ache più volte al giorno, chiedendo se ci fossero lettere  per lui. Taliano è  convinto di aver fatto la II guerra mondiale e racconta di bombardamenti, ma è troppo giovane per credergli fino in fondo. Rocco credeva di sparire se chiudeva gli occhi. In giro per le strade del paese simulava sparatorie degne di un film Sergio Leone. L’Avvocato completava i compiti di francese agli alunni delle scuole medie, prima dell’inizio del film nel vecchio cinema Ariston. Lulù invece accompagnava i bambini a scuola e Pasquale faceva il direttore d’orchestra ad ogni processione.

Vieni dal paese dei pazzi?

Capitò anche a me durante un esame alla Sapienza di Roma, il professore alzando lo sguardo dalla mia carta di identità lo dichiarò ad alta voce davanti a tutti da dove venivo io. Ne fui fiera. Girifalco era conosciuta nelle grandi città per le pratiche eccellenti applicate nell’ambito della psichiatria da luminari provenienti da diverse parti d’Italia,  o più semplicemente perché l’eco di una grande istituzione come l'ospedale psichiatrico, all’interno di un ex convento  nel piccolo borgo, era più forte che  in una grande città dove il numero degli ospiti non aveva alcun impatto sulla popolazione.

Si perché a fine '800, mentre  l’Italia era intenta a unificare e istituzionalizzarsi, il mio paese  entrò a far parte di un grande piano sanitario, partecipando a un bando provinciale, insieme ad altri comuni limitrofi, per l’apertura di un manicomio. Vinse e si aggiudicò l’assegnazione entrando a far parte dell’ondata di cambiamento nazionale. La vita della popolazione cambiò e non solo a livello economico ma anche a livello antropologico e scientifico. Rispetto a Catanzaro, Girifalco nel tempo generò un enorme numero di  psichiatri, psicologi e infermieri:  chi lavorava nell’OP aveva la possibilità di mandare i propri figli a scuola. Così quasi sempre si prediligeva lo studio di ambito psicologico, consci ormai dell’importanza sociale di questa materia e degli sbocchi lavorativi sul territorio.

Cucinasti pè i pacci?

Dalla  pietra dei monaci alla Madonnina di monte Covello, dal rettilineo di Borgia alle curve di Cortale a poco a poco tutto Girifalco era diventato  il paese dei pazzi, e quando qualcuno da fuori arrivava in paese e chiedeva dove fosse l’ospedale, ogni buon girifalcese  rispondeva: "C’è già dentro”.  Gli infermieri in passato, ma anche oggi, erano soliti invitare  i pazienti a casa propria, cucinando in più anche per loro. Nacque così il modo di dire  "Cucinasti pè i pacci?", per dire che si era cucinato in abbondanza. Al loro funerale  la gente del posto partecipa come  a quelli dei compaesani.

È l’ironia, l’eterno scherzo che ci contraddistingue, una follia sana, un certo anticonformismo che ci portiamo dentro. E non ci stupiamo  di comportamenti strani, non ci spaventiamo dell’istinto improvviso che porta qualcuno a urlare. E rideriamo di gusto per delle fisime che in fondo tutti abbiamo... Sapete perché?  Perché il girifalcese percorrendo le strade del suo paese si immerge in altri  mondi,  guerrieri e  pistoleri improvvisati che gravitano  intorno alla fontana della piazza, nelle viuzze dei parriadi, dai Pippi vecchi a quelli nuovi, dall’ex ospedale a contrada Serra, tra le chiacchere delle persone che vanno a prendere l’acqua ai fontanili, come se la follia, quella genuina quella che non fa male, fosse un po’ ovunque.

In un modo o nell’altro tutti ne siamo stati influenzati, chi a livello professionale chi a livello artistico. Tante le tesi di laurea sono state dedicate all'argomento. Molti artisti hanno dipinto i volti dei ricoverati, ognuno con il proprio sguardo. Qualcuno, apprendendo la lezione del sovvertire la realtà,  ha stravolto le regole e Girifalco è diventata una Macondo italiana. In un momento storico in cui il nome della nostra cittadina era ormai sbiadito è arrivato Domenico Dara che ha ambientato due splendidi romanzi nel nostri luoghi.

Io e Uscirai Sano

Poi ci sono anche io, che non ho mai cambiato residenza per non correre  il rischio di non appartenere più a quella terra che da bambina mi è sempre sembrata poco lontana dal resto del mondo, dove con la mia migliore amica trasformavamo un muretto nella grande muraglia cinese e una cannaletta  diventava Londra. Perché tutto era possibile.

Un giorno di primavera, dopo il restauro dell'ospedale, mio padre mi portò con la mia telecamera a fare delle riprese dentro all'ex manicomio e mi disse: “Prima o poi dobbiamo raccontare la sua storia”. Solo quel giorno mi resi conto davvero che non era cosa comune vivere a contatto con quella realtà, solo allora mi resi conto che le cose speciali vanno raccontante, solo allora presi coscienza. Quel giorno non me lo sono mai dimenticata, tanto che a distanza di 17 anni  ho fatto quello che mi disse mio padre, ho raccontato l'ospedale a modo mio, con l’aiuto di chi come me quella storia l’aveva vissuta in prima persona o di chi l’aveva  sentita raccontata .

"Uscirai sano" ha provato a dimostrare, anche attraverso le testimonianze di medici e addetti ai lavori, che anche dentro un manicomio, quando l’umanità ha la meglio, può esserci qualcosa di bello.

Ed io in questo breve racconto sul mio paese - che è un cortometraggio -  ho preferito soffermarmi solo sull’esempio che fu d’ integrazione, solidarietà, sviluppo, apertura mentale, raccontando una storia di umanità per il presente ed il futuro. Che, come sempre,  dipende  solo da noi.

Libri e strumenti musicali con materiali

di riciclo: la coppia de La Casa dei Matti

di Simona Mancuso

Siamo una coppia  e la nostra ricchezza è essere nati al Sud, precisamente a Girifalco, stereotipo e luogo comune:  il paese dei pazzi. Il gene del matto in questa terra c’entra molto: viviamo da sempre accanto agli ospiti dell'ex ospedale psichiatrico che, indisturbati (per fortuna), frequentano il paese.

Io sono Simona Mancuso, 28 anni,  e gestisco una libreria. Giuseppe Rosanò ha 34 anni e costruisce strumenti musicali, se possibile con materiale di riciclo. Assieme, oltre a condividere la passione per la musica (abbiamo anche un gruppo musicale che si chiama La casa dei matti ), mandiamo avanti uno studio di registrazione.

Abbiamo scelto di rimanere qui,  abbiamo scelto di crederci, di puntare sulle nostre passioni, di sopravvivere in un paese non poco difficile. Un po' chiuso di mentalità, facile alla critica. Che però ti consente di entrare quasi in un mondo parallelo, dove non si distingue più chi è matto,  chi non lo è o forse non lo è più. E questo in fondo è un privilegio|

 Simona Mancuso

E’ bello uscire di casa e poter dire: io sono di Girifalco, il paese di Domenico Dara, il paese su cui è stato girato Uscirai Sano (il docufilm di Barbara Rosanò), il paese delle speranze, il paese delle cose belle, perché le cose belle esistono. Un  paese dei miracoli

Giuesppe Rosanò

Nui (i migliori?) e Iddhi,

la banda Vecchia, la Nuova e la Tribù

di Totò Petitto

Porterò per sempre stampato nella memoria il modo in cui mia madre Maria, grande amante della musica, riuscì a convincermi a prendere lezioni di sassofono. Avevo 9 anni, e fino a quel momento non avevo dimostrato nessun interesse per l'arte delle Muse, nonostante le lezioni di piano di mia sorella e la radio sempre accesa in casa. "Tua cugina Cristina è entrata in banda, e l'altro ieri ha ricevuto la prima paga di 100000 lire!". "Ok!" , risposi carico di infantile materialismo, "quando si comincia?".

La banda Vecchia e la Nuova

Nel 1995, epoca dei fatti, a Girifalco c'erano due bande, la "Nuova" e la "Vecchia", emblemi artistici di eterne incompatibilità estetiche, umane e genealogiche. Che queste fossero reali o inventate poco importa. A Girifalco, folle surrogato sociale della migliore identità calabra, c'è sempre stato spazio per "Nui" e per "Iddhi". Ma beninteso, i primi sono sempre e naturalmente migliori dei secondi.

 

Tamburo e Liquidator

Nell'immaginario del popolo girifalcese la Banda  Nuova era snella, figa e colorata, la Vecchia più grigia e noiosa. La modernità ovviamente, anche a livello bandistico, attraeva le giovani menti.

Dopo pochi mesi di lezioni di teoria, solfeggio e sassofono, il mio insegnante, che casualmente era anche il capobanda della suddetta formazione figa, mi propose di entrare subito in banda col tamburo, strumento di cui c'era urgente bisogno. Accettai al volo. Dovevo comprarmi il Liquidator. In quella Pasqua del 1996, dopo nove ore di inerpicata processione funebre del Venerdì Santo e altrettante del Sabato Santo per le ripide stradine di Badolato vecchia, mi guadagnai l'ambita camicia di seta lavata bordeaux del complesso bandistico "F.  Malfarà". A sorpresa mi si spalancò così davanti un mondo meraviglioso destinato a segnarmi per tutta la vita. Viaggi, musica, convivialità, nuove scoperte. Giovani e anziani, bambini e adulti, tutti uniti dalla stessa uniforme visitavamo con curiosità luoghi che non avevo mai nemmeno sentito nominare. Esploratori indomiti di borghi e contrade, attrezzati solo dei nostri fiati, strumenti e libretti, inzuppavamo camice sotto il sole cocente delle mattinate estive calabresi portando l'allegria delle marce militari tra le strade sonnecchianti dei paesi in festa. Sempre benvenuti e a volte coccolati, fu allora che cominciai a capire quale immenso privilegio fosse quello che la musica riserva a chi sceglie di abbracciarla: il musicista avrà sempre un posto d'onore in qualsiasi banchetto e sarà sempre ben accolto in qualsiasi contesto umano. Viaggiavamo,  socializzavamo,  imparavamo, suonavamo ed eravamo sempre l'anima della festa. E venivamo pure pagati per questo! “Totò, vuoi altro dalla vita?” La mia risposta, a parte qualche spallata nel cammino che a volte spalanca la porta ai demoni del dubbio, continua ad essere sempre la stessa. La più ovvia.

Cammino nella vita seguendo la musica, così come la banda mi ha insegnato. E quando una marcia finisce e il ritmo si ferma, la mia anima si inquieta e desidera solo che si ricominci a suonare. Esattamente come succedeva nella processione del Venerdì Santo a Badolato nel '96.

Sezione creativa e casinara nelle retrovie della banda

Qualche anno dopo la banda “Nuova” fallì, e dopo un periodo passato a zingarare per varie bande della provincia mi ritrovai ad entrare a far parte di quella “Vecchia” la quale, in barba ai miei sciocchi pregiudizi, scoprii con piacere essere l'unica autentica realtà bandistica girifalcese, forte di una pluridecennale tradizione alle spalle e di una qualità artistica di notevole livello. Il Gran Concerto Bandistico Città di Girifalco rappresentò per me il terreno fertile dove poter dare sfogo a tutta la mia creatività ritmica e percussiva. Intanto nelle sfilate per le strade ero diventato un “piattinaro acrobatico”: mi divertivo a stupire grandi e piccini suonando i piatti con ginocchia e tacchi e facendoli svolazzare come scettri da majorettes. Durante i concerti sui palchi, invece, era nata una sezione di percussioni anomala, casinara  e creativa, formata da bravi giovani musicisti che il Caso aveva deciso di riunire tutti assieme nella stessa fila. Lo scompiglio portato da questi quattro folli nelle retrovie della banda finì per diventare un tratto identificativo delle esibizioni sul palco.

 

Xilofoni e batterie sul palco con la Tribù

Fino a quel momento a Girifalco, durante i concerti del 14  o del 23 Agosto, le serate che preludono alle importanti festività patronali di San Rocco e della sua Ottava, mai si era vista una formazione bandistica con un'intera batteria sul palco. Così come mai si erano visti xilofoni, glockenspiel, congas, bongos, guiros, shaker, campanacci, woodblocks. I timpani vennero finalmente accordati e suonati con eleganza. Arrivammo addirittura a portare sul palco djembes africani e didjeridoo australiani. Eravamo la “Tribù”. Questo era il nome che ci avevano affibbiato e di cui andavamo terribilmente fieri. Ognuno di noi era al servizio della banda per la maggior parte del concerto. Ma quando arrivava il nostro momento, nella parte finale dell'esibizione, nei brani più movimentati, ecco, lì il Maestro ci sguinzagliava ed eravamo liberi di scatenarci. Ed era l’Inferno. Ed alla gente piaceva. In quei momenti, potevi vedere il pubblico che accorreva nella parte posteriore del palcoscenico a cercare di capire cosa diavolo stesse accadendo. Da dove diavolo provenivano quei ritmi tribali, quei suoni mai uditi, quell'esplosione di energia che invadeva Corso Teodosio e che travolgeva animi e corpi? La Tribù era libertà, gioia di suonare, spazio infuocato di espressione che ci avevano concesso e che ha rappresentato un importante tassello di vita condiviso con la mitica Banda di Girifalco.

 

Vivere inseguendo la musica

Oggi, a distanza di circa un decennio dagli anni della Tribù, pur avendo intrapreso percorsi musicali molto diversi, la mia vita non è molto differente da quella di un bandista. Continuo a vivere la musica come viaggio, scoperta, socialità, gioia. Poco importa se i palcoscenici sono quelli di un teatro giapponese e le strade quelle di una città borgognona, se si suona Puccini o flamenco andaluso. Lo spirito rimane lo stesso, così come i privilegi. Cammino nella vita seguendo la musica, così come la banda mi ha insegnato. E quando una marcia finisce e il ritmo si ferma, la mia anima si inquieta e desidera solo che si ricominci a suonare. Esattamente come succedeva nella processione del Venerdì Santo a Badolato nel '96.

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