"Una spina nella carne", al Fuorisquadro

di Caulonia le storie sepolte vive

nel manicomio di Girifalco

di Elisa Longo | 5 Gennaio 2019

«Tutto è nato con grande spontaneità, perché ciascuno di noi certe intuizioni le ha sedimentate  dentro, come un retroterra. Mi trovavo a provare uno spettacolo, tratto da "Delitto e Castigo" di Fedor Dostoevskij, all’interno del piccolo auditorium dell'ex manicomio di Girifalco. Ho pensato subito che se il manicomio stava ospitando uno spettacolo teatrale, allora anche il teatro, nella sua aspirazione più contemporanea di confrontarsi con la vita, sarebbe stato capace di inscenare, in tutta la sua verità, il manicomio». Francesca Ritrovato, attrice e sceneggiatrice girifalcese, ha trasformato il suo ritorno a Girifalco, il "paese dei pazzi",  in un viaggio condiviso, portando in tour nei piccoli teatri italiani, con le musiche di Fabio Macagnino , lo spettacolo che ha vinto il bando della Fondazione Franco Basaglia "Storie Interdette". Le storie sepolte vive nell'ex Op di Girifalco, recuperate attraverso dati e documenti conservati nell'archivio storico dell'ospedale. Stasera alle 21, in scena al teatro Fuorisquadro di Caulonia. Poi , il14 febbraio a Trentola Ducenta (Caserta), il  6 e7 aprile allo Spazio Teatro di Reggio Calabria. 

Le storie interdette del manicomio di Girifalco

Ci sono storie che vanno raccontate perché la forza di certi vissuti scalfisce le coscienze e cambia le visuali. Sono storie autentiche di uomini e donne mandati in esilio nelle terre di nessuno, abitanti silenziosi di un non luogo dalle cromie spente, eroi del vuoto e della solitudine.

È questa la dimensione in cui prende forma un immaginario differente, privo di ogni imbrigliamento sensoriale. Raccontare e avventurarsi in una storia che non è la propria, essere visionari e atipici, nel modo in cui viene intesa più genericamente l’atipicità in certi contesti culturali, è sempre un’operazione di coraggio, come una sorta di viaggio estremo. Se ne sente l’urgenza, la vibrazione intima, la necessità umana di conoscere e relazionarsi empaticamente alle cose dell’esistenza, in tutta la loro crudità.  

In Calabria, a Girifalco,  un paesino collocato tra le Serre settentrionali e il Golfo di Squillace, questo viaggio si compie con grande disinvoltura.  Girifalco, u paisi d’i pacci, è stato ed è ancora oggi l’archivio della follia calabrese e meridionale, per il suo grande complesso psichiatrico che, nato intorno al 1881, ha alle spalle oltre 100 anni di storia e di attività. Il paese dei pazzi, come viene definito tutt’ora, si configura oggi come un consunto ma ricco libro di memorie: memorie del luogo e memorie di passaggio, memorie nitide e memorie sfocate, storie di vite straordinarie, al limite tra la follia e il martirio. Da Girifalco sono partiti e ritornati anche lo scrittore Domenico Dara e la regista Barbara Rosanò, che ha ripercorso in un intenso docufilm  la storia del manicomio, fino alla sua chiusura. Anzi, fino alla sua trasformazione  instruttura residenziale. Perché in questo luogo aleggiano ancore le ombre legate alla promessa “Uscirai sano”:  "Sanus Egredieris" era l’epigrafe incisa su una pietra all’ingresso del manicomio. E così, assecondando un valzer di vento tra i comignoli più alti, si può scorgere ogni loro speciale segno distintivo.

Il manicomio, presenza naturale

«Per noi girifalcesi, la presenza dell'ospedale psichiatrico e dei suoi ospiti è un fatto connaturato,  storico e sociale.  Lo viviamo dunque con grande naturalezza, come una struttura, un luogo fisico perfettamente integrato nel contesto della nostra comunità, come può essere la scuola con i suoi bambini, la chiesa con i suoi fedeli, la piazza con i suoi avventori, il cimitero con i suoi morti», racconta l'attrice che vive tra Roma e Parigi e che, dopo l'incontro con il maestro polacco Krystian Lupa (considerato il più grande regista teatrale europeo vivente), ha scelto di dedicarsi alla tecnica narrativa del monologo interiore.  «Ricordo ancora chiaramente la sensazione di tenerezza che provavo quando incontravo da bambina questi “pazzi” per il paese, coi loro gesti, le loro espressioni, le loro visibilissime fragilità.  Non avrei mai pesato che un giorno quelle sensazioni e quelle visioni avrebbero nutrito la mia ricerca artistica, iniziata già prima dell’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, divisa tra Roma e Parigi, fino al punto di scrivere e interpretare uno spettacolo che raccontasse di loro, che mi riportasse  qui, a Girifalco, nella mia Calabria. È per questo che ho voluto con me Fabio Macagnino, che con le sue musiche e la sua sensibilità è artista intimamente legato alle vibrazioni del territorio, perché anche in lui, il ritorno costante alla propria Calabria, con tutto il suo corredo di realtà e magia, di lucidità e follia, si sente e si esprime». Macagnino, di Caulonia, è attivo sulla scena musicale calabrese da più di 20 anni e si è spinto fino alle radici musicali della sua terra, traducendo tarantella in forma di canzone.

Quando Francesca parla del suo paese e dei suoi pazzi non c'è velo né zona buia nelle sue espressioni. Cresciuta a Girifalco, è  figlia di psichiatra: il padre Salvatore è il responsabile delle strutture  residenziali dell'ex Op. La follia nella sua vita è stata presente da sempre come un fatto naturale. Così come la consapevolezza che ogni internamento, prima della legge Basaglia, era anche e soprattutto un pretesto sociale per allontanare i meno adeguati e adeguabili al sistema e non per forza una misura necessaria.

 

L'archivio dell'ospedale psichiatrico di Girifalco

«I ragazzi incontrati nel Centro di salute mentale di Girifalco sono pieni di storie, e di storie è pieno l’archivio che raccoglie le cartelle cliniche dei tanti pazienti passati in quel luogo, dal 1881 a oggi. Ho trovato, tra quelle vecchie carte, la vita di gente dei miei luoghi. Individui che, in numerosi casi, nulla avevano a che fare con la psichiatria. Ho trovato in quelle cartelle cliniche le storie che mi hanno più ispirata. Ma anche lo stimolo a non circoscrivere la mia ricerca a quegli archivi. Ho visitato altre storiche strutture psichiatriche, come il Regio manicomio di Aversa e i suoi archivi.  Ad un certo punto della mia ricerca mi sono imbattuta in una cartella clinica vuota, che recava all’esterno solo un nome: Leonilde».

 

Il musicista Fabio Macagnino

L’incontro con Leonilde 

Nell’incontro con Leonilde Francesca sente l’esigenza di raccontare quelle storie soprattutto per ridare dignità e memoria a ciò che era andato perduto. La vita di quella ragazza era stata cancellata da un’indagine della procura. Sparite le sue informazioni, sparita ogni traccia scritta del suo vissuto.

«Ho capito che la ricerca in archivio non mi sarebbe bastata. Volevo raccontare la verità di quelle persone, restituire loro la realtà, non scriverci sopra un romanzo di fantasia perché in quella stessa fantasia erano stati catapultati senza ragione e c’erano morti. Allora ho cercato oltre, parlato con la gente, ricostruito i fatti. Così ho dato voce a Leonilde, ragazza di Buenos Aires nata da genitori calabresi. Ha pagato a caro prezzo la sua fuga d’amore, la sua innata voglia di libertà. Ho creduto fortemente che il teatro potesse portare a termine questa missione, soprattutto coinvolta dalle parole di Peppe Dall’Acqua, psichiatra che ha lavorato con Franco Basaglia e ha partecipato alla grande esperienza di trasformazione e chiusura dell’Ospedale psichiatrico di Trieste. Parole con cui sosteneva che “il teatro poteva incarnare uno dei pochi luoghi, oggi intenderei l'unico, dove è possibile dire la verità"».  Le verità che il teatro prende così a rivelare sono le piccole e povere storie delle persone sepolte vive nel manicomio.

Lo spettacolo non vuole raccontare storie di donne. Eppure, inevitabilmente, le loro vicende emergono con forza. Sono donne punite e umiliate perché incapaci di vivere le regole sociali, che appiattivano la loro corposa e vivace presenza nel mondo a una silhouette di persona, quasi inanime. Donne nate libere e vissute in cattività, tra gli orrori delle gabbie. La storia della psichiatria prima della riforma di Franco Basaglia somiglia a ciascuna delle sue vittime: ha il volto di Leonilde, che per uno sguardo di troppo scambiato con un giovane guardiano del castello di Policoro, durante un viaggio da Crotone a Nova Siri perde la verginità e la libertà, la stessa che le aveva permesso di vivere quegli attimi intensi d’amore. Pazza perché padrona e dominatrice della propria sessualità, terminerà il suo viaggio a Girifalco.

Tornare con "una spina nella carne"

O, ancora, ha gli occhi intelligenti di Margherita. Lei, bambina educata e brava scuola, era diventata una donna con aspirazioni troppo grandi per la sua realtà sociale. Margherita voleva diventare medico. Nel 1929, scappata dalla sua famiglia che le avrebbe impedito di continuare a studiare, si laurea in Medicina. Viene rinchiusa in manicomio perché per toccare con mano la grandezza dei suoi sogni aveva dovuto rinunciare a tutto e aveva iniziato a farsi di morfina. «Tra i resti dei manicomi aleggiano ancora le anime di Leonilde e Margherita, di altre donne e altri uomini. Oggi io vorrei poter narrare di loro - conclude Francesca  -  Vorrei fare questo da attrice, e da attrice del sud: con lo sguardo aperto verso il mondo e l’anima rivolta ai luoghi che m’appartengono. Vorrei poter narrare del mio viaggio, del mio cercare, tra solitudini e speranza, tra me e l’altro, tra l’andare e il tornare. Tornare al passato per leggere meglio il presente. Tornare nei luoghi dai quali sempre mi allontano e dove sempre ritorno con "una spina nella carne” ».

 

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