Carmine Torchia, da Faber a Leo Ferré

poesie e canzoni tra andate e ritorni

"A Meridione"

di Elisa Longo | 11 Gennaio 2019

In sottofondo la quotidianità fluida e lineare di un’autostrada. D’altra parte, quando si rincorre un viaggiatore capita anche di raccontarsi la vita, con ricezione a intermittenza, lungo l’asse autostradale che dalla Toscana arriva fino alla Calabria. E il viaggio, nella dimensione più strettamente concreta dello spostamento e in quella più aerea del suono, senza troppi giri di parole e parallelismi forzati, per uno come Carmine Torchia, architetto, poeta, musicista, cantautore, è una condizione naturale dell’esistere. 

Canzoni al mangianastri

«Ho un ricordo di bambino abbastanza nitido - racconta -  In un viaggio di ritorno dalla Sila catanzarese a Sersale, dopo una giornata trascorsa a casa di amici di famiglia, il mangianastri di mio padre suonava, com’era consuetudine, uno dei suoi cantautori preferiti. In quel preciso istante, lungo il tragitto che mi riportava a casa, appresi di questo tipo strano che ha venduto per 3000 lire sua madre a un nano. Rimasi terrorizzato (ride). Posso dire con certezza che da lì è iniziato il mio rapporto con la musica di Fabrizio De André. E mi guardai bene dall’approfondirlo. Quello che già allora era considerato un maestro indiscusso della canzone italiana per me rimaneva un tipo piuttosto oscuro. Fino ai miei 25 anni, quando scoppiò all’improvviso un amore enorme. Durante una passeggiata a Reggio Calabria, ai tempi dell’università, quasi inciampai lo sguardo su una locandina, che annunciava un suo concerto in città. Avevo Animals dei Pink Floyd nelle cuffie e non badai a quel richiamo. Appresi dopo, con grande dispiacere, che quello fu uno dei suoi ultimi concerti. Era il 1998».

Omaggio a Faber

Un anno dopo, l'11 gennaio,  Fabrizio De André moriva. E proprio oggi,  in occasione del ventesimo anniversario della sua morte l’Italia tutta gli rende omaggio. E anche la Calabria. Così, da Cosenza a Catanzaro, diversi artisti riempiranno piazze, locali e librerie, per rievocare immagini, suoni, parole, visioni: Marcello Barillà e Salvo Corea al Teatro comunale di Catanzaro, Sasà Calabrese al Teatro dell’Acquario di Cosenza.  Anche Carmine Torchia si è mosso per l’occasione, tornando in Calabria, a Sersale. Proporrà martedì 15 gennaio alle 18, all’Auditorium Porta del Parco, il suo personalissimo omaggio al grande cantautore genovese. 

“Se ripenso al mio legame con De André oggi - continua  - vedo un padre naturale che consegna un padre spirituale (inteso come valori libertari, e umani) a suo figlio. Tanto che, ad un certo punto del mio procedere, studiare tutta la sua discografia era diventato necessario. Gli amici poeti della Masnada (associazione di cultura letteraria nata a Cropani ) poi ci hanno messo il loro zampino. Personalmente, in tutto questo tempo che è trascorso, di concerti e canzoni fatte a mano e non industrializzate, ho sempre trovato lo spazio per fare mie le sue idee e cantarle facendole risuonare tra i riverberi dei club, dei festival, dei teatri. Mi sono accorto con grande sorpresa che anno dopo anno ho collezionato nel mio repertorio almeno una dozzina di canzoni di De André che si sono mescolate alle mie, e come mie le ho trattate. Si tratta di libere rielaborazioni in cui, lasciando inalterati testo e melodia, cambiano i mondi sonori, a volte le tonalità, di certo l’interpretazione. De André, dal mio sguardo sarà un concerto unico, irripetibile forse, con dei contributi di Piergiorgio Caruso (storico del rock e ideatore del Museo del Rock di Catanzaro) e de La Masnada che impreziosiranno l’evento attraverso analisi critiche e interventi tra le canzoni. Un evento sposato e voluto dalla città di Sersale:  a Fabrizio De André sarà intitolata una strada e, nel giorno del concerto, l’Auditorium della Porta del Parco. L’evento è sostenuto dalla Riserva Naturale Regionale Valli Cupe».
 

Carmine Torchia

Rùanzu, il cane anarchico e un viaggio musicale sulle tracce di de Chirico

Se dovessimo tracciare brevemente tutte le sfumature di Carmine ci troveremmo a scrivere un elenco di definizioni curioso e variegato.  Lui, prima che architetto, è uno che scrive canzoni e aforismi. Disegna spesso un cane anarchico, Rùanzu, che ama interpretare personaggi storici. Produce dischi (suoi e per altri), scrive musiche per il teatro e per il cinema, mette in musica i poeti. È poeta a sua volta. I suoi interessi spaziano dal design all’architettura passando per le arti grafiche. Ha girato, cantato e suonato per strada e nei club in un viaggio chiamato “Piazze d’Italia (sulle tracce di de Chirico)”, un tour durato quattro mesi, per un totale di circa 9000 km percorsi, 130 ore di viaggio. L’incredibile esperienza di “Piazze d’Italia” diventa un libro (Prospettiva editrice), un cortometraggio e uno spettacolo teatrale. Premio SIAE e Premio AFI a Musicultura, con “Mi pagano per guardare il cielo” (2008, Castorone), “Alterazioni” (2010, Evento Area), “Bene”. (2013, Rurale/ Audioglobe), “Affetti con note a margine” (2015, Private Stanze/Audioglobe). Ha portato in giro Bene. - genesi di un album cantato e raccontato un anno dopo e Affetti con note a margine - lettere non spedite dai paraggi del rock, riduzioni teatrali dei dischi omonimi.

«Oggi è un periodo della mia vita molto gratificante. È da poco uscito il mio quinto album, Il rumore del mondo, prodotto da Overdrive/Goodfellas, e già posso notare che piace molto sia alla critica che alla gente. Parallelamente alla promozione del nuovo album continuo a coltivare altri progetti. Per esempio, sto lavorando a un disco interamente dedicato a Léo Ferré. Muovendomi nella dimensione cantautorale sono letteralmente approdato nella sua galassia. E dico galassia perché del patrimonio di un artista, che è stato insieme poeta, cantautore, compositore, scrittore, di cui si contano oltre 500 componimenti, non si può che parlare in questi termini», racconta Carmine.

Léo Ferré

Carmine nella residenza di Leo Ferré

Léo Ferré, monegasco di nascita, ha definito fino alla morte il suo legame strettissimo con l’Italia, di cui era in qualche modo figlio per le origini piemontesi della madre. Qui, a Castellina in Chianti, provincia di Siena, resta ben visibile, consolidata tra le vigne, la sua storia italiana. Nella residenza che ha circoscritto, per così dire, gli ultimi anni di vita del cantautore francese, vive ancora oggi la sua famiglia, a cui si è aggiunto, come membro legittimo, Carmine Torchia .

«Vivere nella sua casa, suonare e comporre al suo pianoforte, ha reso l’intreccio ancora più spesso. Mi ha salvato dal rischio di misurarmi accrescendo complessi di inferiorità con uno spessore artistico di questa portata, prima che il legame affettivo e la familiarità con tutto il suo mondo, il mio essere ormai esclusivamente musicista. Ho potuto confrontarmi con lui senza doverlo idolatrare, provando a portarlo nella mia direzione. Sarà un Ferré molto elettrico, un po’ svincolato dal mondo delle sue orchestrazioni, ricreando un’architettura sonora più vicina alle mie modalità».

Artista mediterraneo

«Certamente la traduzione di alcuni testi mai tradotti in italiano fino ad ora, con cui ho lavorato anche con Manuela, che è la figlia di Ferré e la mia compagna, è stato il lavoro più faticoso che io ricordi nella mia vita. Ferré scriveva guardando ai pilastri della letteratura ottocentesca, di cui era estimatore e conoscitore. Utilizzava l’argot, specie quello parigino, un registro linguistico di un ristretto gruppo sociale, utilizzato poi nella letteratura, specie da Victor Hugo, Honoré de Balzac, Émile Zola e molti altri. Anche Louis-Ferdinand Céline lo utilizzò fino alla morte. Partendo da questi presupposti si intuisce quale sia stato lo sforzo di maneggiare un testo, tra le altre cose ad alto contenuto poetico, partendo dalla traduzione letterale e riportandolo alla metrica musicale»,  aggiunge Torchia. Che è spigoloso e intenso nel volto, scuro nello sguardo e intimamente riflessivo.
Ha un profilo schiettamente magnogreco e nelle sporgenze degli zigomi, subito inombrate dalla fitta barba, è disegnata la fierezza atavica dell’esploratore di mondi che ce lo fa chiamare Ulisse, anche quando è fermo. Ma Carmine fermo non lo è quasi mai. E tra il tempo della laurea in Architettura e il tempo corrente si intrecciano le esperienze e le possibilità, le strade percorse e i luoghi abitati, le scommesse dell’artista e i traguardi dell’uomo, le tappe all’estero e i numerosi, inevitabili ritorni ad Itaca. Gli faccio notare che, nonostante sia partito dalla Calabria già da molto tempo, non hai mai perso la cadenza. Per lui, impossibile non notarlo, il suono di ogni sua parola è un fatto estremamente identitario. «È inutile negarl – dice -  io non mi sento italiano. Sono un uomo nato e vissuto nel Mediterraneo. E chi come me è nato a ridosso di questo grande bacino sa perfettamente di cosa sto parlando. Il Mediterraneo è un paese a sé stante, in cui come fiumi confluiscono da sempre civiltà e culture. È da uomo mediterraneo che oggi, ad esempio, mi indigna l’intolleranza degli italiani verso le persone venute dal mare. Quel viaggio, per noi, nell’andare e nel venire alle nostre rive, è una condizione sacra, che identifica la nostra cultura e la differenzia».

È vero. Che Carmine sia essenzialmente un uomo del Mediterraneo lo si sa senza troppe spiegazioni. D’altro canto, chi ne ha seguito l’evoluzione, sa che ancor prima di partire per le Piazze d’Italia, sulle tracce di de Chirico, ha sentito la necessità di ritornare al Sud. Così, penna e chitarra, mette in musica da sempre le parole dei più significativi poeti calabresi, specie quelli dell’hinterland lametino. Si chiamerà, non a caso, “A Meridione” il suo album del ritorno, un progetto sospeso, non in sospensione. Uscirà quando l’artista sarà davvero pronto. Così potrà compiersi ed essere conosciuto ai più, la sommatoria che addiziona, in maniera definitiva, l’artista all’uomo e l’uomo alla sua casa.

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