Benedetta: «Voglio farla grossa,

come Prometeo, Edipo, Icaro»

Non puoi sapere dove vai se non sai da dove vieni. Sono un ibrido. Metà napoletana e metà calabrese. In questo credo sia riassunto tutto quello che voglio essere. Un ibrido, dal greco hybris, la “tracotanza” o – come preferisco tradurla io – la “spudoratezza”, la colpa dell’uomo che non accetta limiti. La colpa di Prometeo che dona il fuoco agli uomini e per questo viene lasciato ai corvi che gli beccano il fegato all’infinito. Io, nella vita, “voglio farla grossa”, come Prometeo, Edipo, Icaro. Faccio sempre molto caso all’odore delle case degli altri, alle mani e alla scelta delle parole. Ho sempre amato le parole dei miei scrittori preferiti, dalle avventure di Geronimo Stilton fino a Chuck Palahniuk e Stefano Benni. Di tanto in tanto cerco di catturare la realtà al di là della mia vecchia macchina fotografica con veloci ritratti in sanguigna. 

 A volte conservo gli scorci di realtà che ritaglio durante i miei viaggi. Nel tentativo di immortalare la realtà non avevo mai esplorato la scelta delle parole. Scrivere – fino ad almeno due anni fa non l’avrei mai detto – mi affascina più di ogni altra cosa. Ho fatto la scelta giusta e, a tredici anni, con mille altre vite a disposizione, ho scelto quella dello studente che si affanna dietro a spessi vocabolari dalle pagine sottilissime. Un liceo che è diventato casa, che nel corso degli anni ha contribuito alla mia formazione come persona, che mi ha lasciato degli spazi per scandagliare l’anatomia delle mie passioni. Entrare nel mondo delle tragedie greche, scrivere sceneggiature in inglese, fare da cicerone ai turisti per il piccolo borgo medievale, collaborare con un giornale locale e scrivere di Petilia Policastro, il mio paese, dei suoi disagi, ma anche del fortissimo legame con la mia terra, che spesso tendo a “sgridare” come una mamma che ripete “lo faccio per il tuo bene”. Questa è la mia vita tra le aule del liceo classico Diodato Borrelli, sempre con qualche evento in programmazione e mai in preda alla noia. Mi piace tenermi impegnata. È stato solo all’inizio del 2016, con l’affacciarsi del triennio liceale e l’arrivederci al “ginnasio” che ho incontrato il giornalismo e ho cominciato a guardare la scrittura non più con quel distacco accademico da compito in classe, ma con la confidenzialità che nasce spontanea tra amici di vecchia data. 

Entrare nel mondo delle tragedie greche, scrivere sceneggiature in inglese, fare da cicerone ai turisti per il piccolo borgo medievale, collaborare con un giornale locale e scrivere di Petilia Policastro, il mio paese, dei suoi disagi, ma anche del fortissimo legame con la mia terra, che spesso tendo a “sgridare” come una mamma che ripete “lo faccio per il tuo bene”.

La mia professoressa di italiano mi ha coinvolto in progetti, concorsi tra giornalismo e scrittura creativa e sono passata dai saggi brevi in classe su Dante a scrivere per Repubblica@Scuola “il giornale web con gli studenti” e per il concorso “il Quotidiano in classe”, promosso dall’Osservatorio permanente giovani editori. L’Anagis (Associazione nazionale giornalismo scolastico) ha pubblicato un mio articolo nell’edizione “Oscar del giornalismo scolastico” e un altro mio testo sulla grammatica italiana ha vinto uno dei concorsi proposti da Repubblica@Scuola.  Sono stata la vincitrice assoluta del concorso “Il Quotidiano in classe”. E’ stato proprio questo percorso ad avermi regalato una delle esperienze più illuminanti della mia vita, un viaggio in California, tra la Silicon Valley e San Francisco, in visita alle sedi di LinkedIn, Youtube e Logitech. Tra i grattacieli e le zuppe di granchio, San Francisco mi ha dato una grande lezione: “let tour main course be polluted”, lascia che la "portata principale” della tua vita, sia contaminata da nuove passioni, hobby, talenti che non avresti mai immaginato di possedere. Non avere paura dei limiti che ti sei autoimposto. Dopo tutto, se Prometeo non avesse oltrepassato il limite gli uomini non avrebbero mai conosciuto il fuoco.

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