«La mia Atene, un luogo nudo

alle parole altrui, come la mia Calabria»

di Alberto Cotrona | 15 Marzo 2020

“Da straniero sono arrivato alla vita e straniero me ne vado di nuovo”. Una vecchia canzone greca suona nel taxi giallo, una berlina Toyota provata dalle strade malandate del centro di Atene, mentre scendo via Locridos (Locride) per raggiungere il quartiere di Exarchia. Ed è subito Calabria, nella mente e negli occhi, non solo per il nome della via, Locride, per i marciapiedi a lastroni quadrati intervallati da aranci dai frutti buoni solo per mitteleuropei zaino in spalla, per le auto mal parcheggiate e l'asfalto lucido e rattoppato. È Calabria anche a Exarchia, anzi, lo è per quello che si racconta di Exarchia, quartiere simbolo delle lotte e dei fermenti antisistema della Grecia dell’ultimo mezzo secolo, per il modo con cui l'occhio la vede e la lingua la descrive. "Contraddittoria" è l'aggettivo più comune, usato il più delle volte da osservatori nordici, parola confortante e neutra e per questo infinitamente sbagliata; "disordinata", "anarchica",  "ribelle",  fino al consunto ma resistente ossimoro di "disordine organizzato".  Un luogo vittima delle definizioni e del forse inconsapevole pregiudizio di che le pronuncia, magari nella buonafede di chi, abituato a città-farmacia, si meraviglia di un cassonetto bruciato o della segnaletica stradale coperta di adesivi. Un luogo nudo alle parole altrui, come la Calabria. Non c'è nulla di contraddittorio nella bollente Exarchia, in tutta Atene, nel Mediterraneo, in Calabria. Sono luoghi coerenti con la propria storia e con la storia del mondo, spesso caratterizzati da una bellezza ambivalente: quello che affascina lo straniero ripudia il locale, quello che il locale sogna per lo straniero rappresenterebbe lo stravolgimento di un'affascinante spontaneità. Vivo tra Veneto, Grecia e Calabria da quasi quindici anni. Nella Locride, terra e mare di mio padre, ho passato molte estati e qualche inverno, vivendola come patria a metà, una metà presente e insieme sempre lontana, perciò da cercare continuamente.

C'è Persefone tra Locri e Siderno

Lavoro come manager culturale nell'ambito della progettazione europea e della cooperazione internazionale. Nelle idee per i progetti e nella strutturazione delle iniziative, cerco di continuo la mia metà di terra, spinto dalla passione e dalla consapevolezza che la Calabria abbia tanto da dare, dopo aver ricevuto millenni di splendore, bellezza, violenza e marginalità. La ritrovo nelle albe quando la sabbia si impadronisce della 106 tra Locri e Siderno e dai profili delle case in pietra sembra apparire Persefone, annullando le miglia marine e i chilometri terreni con Eleusi, nella costa attica appena fuori Atene, luogo di nascita delle stagioni e della battaglia alla morte, quando venne rapita e poi liberata alla madre Demetra, accanto alla “pietra che non ride”. Oggi a Eleusi l'amico Panos Gkiokas e un gruppo di giovani operatori culturali hanno reso un sobborgo industriale, mortificato da inquinamento e crisi, Capitale Europea della Cultura 2021, dando vita a un'infinità di attività di promozione territoriale che stanno spalancando Eleusi al mondo. Con MYTH euromed, il piccolo laboratorio di progettazione europea che dirigo, collaboriamo insieme alle imprese culturali locali Chorus e Mentor per creare ponti da una sponda all'altra, forse protetti dalla simpatia di Mana Gì (madre terra, come richiama lo scrittore Gioacchino Criaco, locrideo), coinvolgendo altre realtà italiane come Padova, dove ho studiato, per programmi di formazione.

 

Crotone, malinconica nel sorriso del suo golfo e di Rino Gaetano

La ritrovo a Crotone, organizzando le tappe di MedTaste, viaggio gastronomico e letterario da Corfù alla Magna Grecia e Sicilia, un'Odissea contemporanea, controcorrente (percorre all'inverso la rotta di Odisseo) e femminile, con protagonista la chef greca Marina Beska e numerosi enti, imprese e istituti di Puglia, Calabria, Sicilia. Città mitica, agonistica, misterica, legata ai segreti della terra e dei numeri, industriale e abbandonata, malinconica nel sorriso del suo golfo e di Rino Gaetano, "vertigine al centro del tempo", come la definisce Francesco Maino, grecissima anche nella sventura, che mi conduce, grazie alla giornalista Gabriella Cantafio, formata lontano e lì ritornata per passione, a San Floro, dove il grano antico si è preso la rivincita sul sottosviluppo attraverso la giovane imprenditoria, dando vita a Mulinum. La ritrovo nello Jonio d’Oriente, nella Corfù dei Feaci e della Venezia splendente della Serenissima Repubblica, nel perfetto italiano della soprintendente capo ai beni culturali, Tenia Rigakou, elegante spartana innamorata dell’Italia, quando sorride nostalgica ripensando a Piazza San Marco e si lascia commuovere dai ricordi della processione mariana da Crotone a Capo Colonna. La ritrovo al confine estremo della Grecia continentale, vicino a Monemvasià, la veneziana Malvasia, patria del vitigno omonimo, quando l’amico Kostas si spinge oltre la Laconia per farmi scoprire un piccolo borgo marinaro nascosto tra i tornanti e la terra arida. Poche case in pietra a picco sul mare e un cartello sulla provinciale: Kotronas, il mio cognome, con una esse in più. Non so quale sia il movimento reale, se sia io a cercare la Calabria o se sia lei che trova me.

Locride-Atene

Immagino, dalle prime alture dell’Aspromonte in piena estate, nella maestosa Gerace, in un attimo quei calanchi farsi palazzi geometrici anni ’70, quelle forre asfaltarsi in strade e incroci, quegli eucalipti diventare semafori, gli ulivi auto in sosta, scendendo così fino al mare, Locri a far svettare di nuovo il tempio di Demetra, ora perimetro per un ulivo, e la sua costa di nuovo porto, col caos dell’attracco di una capitale. Una Locride Atene, che rincorre fortissimo i millenni e in pochi secondi agguanta una sorte ulteriore, un destino impossibile di città.

Calabria come direzione, totalmente meridionale ma mai barocca, arsa come le sue pietre, lucente come lo Jonio trasfigurato dalla calura, ombrosa come il riparo delle querce a precipizio. Calabria come contrario, violenta di silenzi millenari, fiera di autocompiacimenti arrugginiti e pretesti. Chissà cosa avranno visto gli occhi veneti di mia madre, pacati e dolci, più di quarant’anni fa, la prima volta che è “scesa”, di fronte al contrario della pianura, di fronte al mare chiassoso.

Giusto stamane ho finalmente individuato un posto che cercavo da mezza vita: una kantina al 9° piano affacciata su Piazza Syntagma. La kantina in greco sarebbe il furgoncino dei panini, di quelli che stazionano a bordo strada. Questa, invece, è in realtà una mini osteria in una delle zone più affollate e turistiche di Atene, di fronte al parlamento, ma pochi la conoscono. Si entra nel palazzo, dove accanto all'ascensore e alle insegne di studi notarili e aziende di consulenza c'è la postazione del portiere. Senza capire se mai davvero e in caso fosse vero: dove possa essere quel posto, lo interpello. Dolce, vividamente omerico, l'anziano portiere risponde: al nono. La porta dell'ascensore si apre sul cobalto dell'ouranò (cielo) oltre i pochi tavolini in ferro e gli ombrelloni consunti, il Partenone a destra, sotto a sinistra la piazza di ricordi di molotov e alberi di natale infuocati. Evidenti senatori e altrettanto evidenti commessi a tempo determinato mangiano, fumano e bevono vociando, gli uni accanto agli altri, nel tempo senza ora del pranzo greco, a tre euro le polpette e due la birra, Mythos. Da straniero sono arrivato, non me ne vado straniero di nuovo. Chiedo del peperoncino.

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